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                                                                        Il Gargano

Il paleolitico in Puglia e nel Gargano

Il Paleolitico (dal greco palaios, "antico", e lithos, "pietra", ossia "età della pietra antica") fu il primo periodo in cui si sviluppò la tecnologia umana con l'introduzione dei primi strumenti in pietra da parte di diverse specie di ominidi (circa 1.5 milioni di anni fa), termina con l'introduzione dell'agricoltura. Il Mesolitico, si divide in: Paleolitico inferiore, medio e superiore. Il Paleolitico inferiore dura da circa 2,5 milioni di anni fa a circa 120.000 anni fa, corrisponde al Pleistocene inferiore e medio e alle glaciazioni,  in questo periodo si diffondono l'Homo habilis e l'Homo erectus. Paleolitico medio. Da circa 120.000 a circa 36.000 anni fa, corrisponde a parte del Pleistocene superiore comprendente il periodo interglaciale. In questo periodo si diffonde in Europa l'Homo neanderthalensis. Paleolitico superiore, da circa 36.000 a circa 10.000 anni fa; corrisponde a parte del Pleistocene superiore comprendente parte del periodo glaciale di Würm. In questo periodo si diffonde in Europa l'odierno Homo sapiens sapiens. Gli ultimi studi sulla  preistoria in Puglia, hanno confermato che quando sono arrivati i primi popoli illirici, la regione era abitata da popolazioni indigena dedita all'agricoltura  e che gli incontri tra differenti culture, portava esperienze di traffici e di commerci, di gusto più evoluto e maggiore raffinatezza.  Grazie ai materiali raccolti, la Puglia è la  regione chiave per la preistoria più antica della nostra penisola. Il Gargano è sicuramente l'area più fertile di manufatti litici più antichi, risalenti al Chelleano, cultura del Paleolitico inferiore caratterizzata dalle amigdale (strumenti litici grossolani) a tagliente sinuoso e sviluppatasi attorno alla città francese di Chelles, oggi è detto abbevilliano, e Musteriano,  nome dato dagli archeologi ad un periodo in cui venivano usati attrezzi prevalentemente di selce, associato principalmente con l'Homo neanderthalensis e risalente al Paleolitico medio, la parte centrale del Paleolitico inferiore. Prende nome dal sito di Lemoustier, un riparo in roccia nella regione francese della Dordogna.  Il primo giacimento  ascrivibile al Paleolitico superiore, fu rinvenuto nella grotta Romanelli sita in   terra d'Otranto verso la metà del 1800, e dopo una lunga battuta di arresto, solo dopo il 1946, si ripresero gli studi, quando fu  scoperto il giacimento del Romandato-foce e Grotta Paglicci.  Sul Gargano, il Paleolitico inferiore appare articolato in due momenti, il primo comprende industrie su scheggia (Clactoniano), il secondo manufatti bifacciali (Acheuleano 750.000-120.000 anni fa circa), anche se i primi si sono protratti  durante il secondo periodo. Il giacimento chiave del paleolitico è quello situato presso la foce del torrente Romandato, ad ovest di Rodi. Si tratta di schegge laminari più o meno slanciate, schegge a tallone sfaccettato, grandi punte. In  seguito, verso il periodo Clactoniano evoluto, si denota un perfezionamento della tecnica di distacco delle schegge, le forme sono più regolari, di spessore minore, con talloni più piccoli, in parte lisci ma meno inclinati. Compaiono i primi raschiatoi. Nel periodo Acheulano, appaiono  le schegge bifacciali amigdaloidi, grandi raschiatoi, qualche grattatoio carenato, rari coltelli a dorso. Nella grotta Paglicci sita a pochi kilometri da Rignano, sono stai ritrovati, materiali litici,  attibuibili ad un Acheulano molto evoluto, forse finale, schegge bifacciali, amigdaloidi, vere e propie amigdale, raschiatoi laterali e trasversali. Inoltre macromammiferi del tipo: cavallo, cervo, daino, stambecco. L'ambiete era di tipo steppa continentale evolvente verso la prateria.

Fra i ritrovamenti archeologici più interessanti della Puglia del periodo che va dall' VIII al IV secolo a.C. ci sono le Stele Daunie.
I ricercatori e gli storici hanno presentato svariate ipotesi sulla funzionalità di tali reperti.
Provenienti in massima parte da due centri più importanti dell'antica laguna, Cupola-Beccarini e Salaria con qualche più rara presenza anche a Ordona, Ascoli, Melfi, Arpi, Tiati, la scoperta delle Stele Daunie risale agli anni Sessanta.
Le Stele si rinvennero casualmente sul terreno all'interno di campi coltivati o variamente reimpiegate in costruzioni rurali, fabbricati o muretti a secco, sottratte dunque al contesto a cui appartenevano; questo ha impedito la comprensione della loro destinazione e della loro precisa collocazione.
Il particolare della parte inferiore della lastra non decorata prova che esse non erano infisse verticalmente nel terreno, mentre i contenuti che campiscono le superfici hanno consentito di formulare l'ipotesi corrente, cioè che le stele fungessero da segnacolo funerario di gruppi sociali emergenti: in tal caso gli schemi rappresentati sarebbero in stretto legame con l'immagine del defunto.
La pietra calcarea adoperata proviene dalle vicine cave garganiche; locale, senza dubbio, è la lavorazione che lascia presupporre un'alta e articolata specializzazione delle maestranze impegnate.
Le lastre inoltre, oltre ad assumere un significato specifico in se stesse per la forma e per la testa che le completava, fungevano da supporto ad un vero e proprio linguaggio per immagini: erano interamente ricoperte da una ricca decorazione geometrica ottenuta così come il restante apparato iconografico con incisioni, escissioni o graffiti.
Le teste erano scolpite nella stessa pietra o lavorate a parte e fissate alla stele con un perno; sono documentate teste di tipo "iconico" con la suggestiva notazione di particolari del oppure di tipo "aniconico" con la sola notazione di un copricapo.
Bande con riquadri campiti con motivi geometrici (svastica, meandro) marcano i limiti della lastra sui due lati principali e all'interno di questa superficie campeggiano sul lato anteriore gli elementi distintivi, armi o ornamenti.
Le Stele con armi riferibili a individui maschili appartenenti alla classe guerriera recano il kardiophylax o pettorale, la spada inguainata con impugnatura a crociera e, nella parte posteriore un grande scudo decorato. Le stele con ornamenti si distinguono per la presenza di oggetti squisitamente femminili: collane, fibule, pendagli, cinture e nastri pendenti, con gli avambracci sempre guantati e riccamente decorati.
Le teste relative a questo gruppo sono coniche con copricapo e lavorate nello stesso blocco della lastra; sulla parte posteriore ricorre una treccia destinante di frequente in complessi elementi ornamentali.
In questi schemi, che vanno idealmente completati con colori quali il rosso e il nero, conservati solo in alcuni casi, le immagini acquistano una rilevanza notevole anche per comprendere il linguaggio delle antiche comunità e scoprirne gli aspetti più segreti: episodi di vita quotidiana (la caccia, la pesca, la filatura della rana, la molitura del grano) accanto a raffigurazioni legate al culto dei morti e alle credenze ad esso connesse (processioni rituali, esseri fantastici).
Accanto al repertorio di immagini immediatamente riconducibili a momenti di vita reale vi sono soggetti di lettura più complessa: animali fantastici, come il cavallo alato, scene di rituali particolari, esseri inverosimili forse riconducibili ad uno sconosciuto pantheon, soggetti ai quali la fantasia del popolo della Daunia ha legato la propria immortalità.

                                           Storia del territorio della Provincia di Foggia.
Preziose testimonianze archeologiche consentono oggi di ricostruire la lunga e articolata storia del territorio sipontino, interessato sin dal Neolitico dalla presenza umana.
In antico il tratto costiero a sud di Manfredonia era occupato da un'ampia laguna che si estendeva fino all'Ofanto; in essa confluivano le acque dei corsi fluviali navigabili che bagnavano l'estesa pianura del Tavoliere: Durante il Neolitico il territorio prossimo alla foce del fiume Candelaro fu occupato da individui che scelsero di vivere in gruppo all'interno dei villaggi (Coppa Nevigata, Masseria Candelaro, Monte acquilone, Fontanarosa, Santa Tecchia) caratterizzati dalla presenza di profondi fossati di recinzione.
Essi traevano i mezzi per il proprio sostentamento dal lavoro dei campi, dall'allevamento del bestiame, dalla caccia e dalla pesca, attività praticate grazie alla presenza di ampie zone coltivabili, di pascoli, di fitti boschi e dalla laguna da cui era possibile raggiungere il mare aperto. L'universo delle comunità preistoriche era ricco anche di rituali religiosi legati alle divinità naturali. A grotta Scaloria presso Manfredonia abbiamo infatti testimonianza di un cerimoniale che si svolgeva nella parte più profonda della cavità e che prevedeva la raccolta delle acque dallo stillicidio della volta all'interno di pregiati contenitori dipinti.
Dei villaggi neolitici quello di Coppa Nevigata fu frequentato anche nella successiva Età del bronzo: in questa nuova fase culturale diventò necessario proteggere l'abitato dall'esterno e, a tal scopo, venne costruito un grosso muro di fortificazione verso la terraferma in grado di garantire la totale difesa dell'insediamento.
Nell'età del ferro, ultimo tratto di quel lungo arco cronologico definito come Età dei metalli e che coincide con il primo millennio a.C., l'habitat lagunare assolveva ancora al ruolo di protagonista nella storia di questo territorio.
I villaggi sorgevano su piccoli promontori emergenti dalle acque della laguna segnata da una fitta rete di canali che mettevano in contatto i diversi agglomerati organizzati con spazi destinati alle capanne, alle attività quotidiane e alle aree con funzioni cultuali e funerarie.
In questo contesto nacque e si sviluppò la civiltà daunia: una civiltà composita e ricca che ebbe la sua massima espressione artistica nella produzione delle stele funerarie.
Agli inizi del II secolo a.C., dopo la guerra annibalica i romani - in espansione nel Sud d'Italia - fondarono nel territorio costiero di Arpi una colonia marittima, Sipontum, impiantata su un naturale rialzo del terreno: quest'area portuale sarà una delle più importanti della Puglia romana e medioevale.

 



                                      Il Gargano
nella Storia Antica


Durante i lavori di sbancamento dei terreni e durante gli scavi per le fondazioni di nuovi edifici, sia all'interno del paese che nelle immediate vicinanze, vale a dire su un territorio più ampio di quello occupato dall'odierna Vieste, sono affiorate testimonianze di abitazioni e, ultimamente, anche di uno stabilimento termale, risalenti al periodo pre-romano.
Oggi si è orientatati ad identificare questa città sepolta con l'antica Uria (sec. VI a.C.), ricordata da vari autori greci e latini, come Strabone, Dionisio Libico, il Perigeta, Plinio, Tolomeo, Pomponio Mela. La maggiore testimonianza viene data dalla scoperta del tempio della Venere Sosandra (avvenuta nel 1987) in una grotta scavata sull'isolotto di S. Eufemia (su cui è ora ubicato il Faro) e citato da Catullo nel Carme 36, sulle cui pareti sono state incise, da parte di marinai, numerose dediche alla dea, in greco e in latino, databili tra il III sec. a.C. e la tarda età romana.
Intorno a questa città vi erano altri insediamenti umani, come quello di Apeneste (sec. II d.C.), ricordata da Tolomeo, e da ricercarsi, a sud di Vieste, nella zona di S. Salvatore, sul cui territorio sono sparse centinaia di tombe a cassette. A Nord-Ovest, invece, prospiciente il Piano Grande, vi erano le ville romane di Merino e Fioravanti, realizzate senz'altro con le leggi romane "Sempronia" e "Julia".
Questi centri erano dediti esclusivamenti alle attività agricole e alla pastorizia e il commercio avveniva tramite i porti di Campi e di Porto Greco per Apeneste e con quello di Scialmarino per le ville.
Nel Museo Civico, ubicato nel centro storico, sono conservati non solo reperti di epoca preromana, fra cui alcuni frammenti di stele che riportano un'iscrizione epigrafica con caratteri messapici, definita "il più illustre documento linguistico dell'antica Daunia" (O.Parlangeli), ma anche materiali fittili (vasi di forme e grandezze diverse, lacrimatoi, lucerne, olle funerarie), corredi metallici di usi diversi (armi, pentole, spille, spirali) ed àncore di pietre e di ferro.

Il Gargano nella Preistoria


Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Fin dal Paleolitico l'uomo fu presente su tutto il territorio, perchè‚ qui vi trovò l'habitat ideale: clima mite, sorgenti di acqua potabile, terreno ferace con abbondanza di frutta e con ricchezza di selvaggina stanziale e migratoria e, lungo la costa, innumerevoli insenature con ricca varietà di pesci.
Le zone di maggiore frequentazione furono quelle di Vallecoppe, Campi, Costella, Puntalunga, Macchione, Passo dell'Arciprete, Sfinalicchio e tantissime altre ancora. L'uomo lavorò la selce, cosparsa su tutto il territorio, costruendovi gli strumenti di lavoro, di caccia e di difesa.
L'impianto maggiore dell'industria dei manufatti litici è stato rinvenuto, pochi anni or sono, a circa tre chilometri da Vieste, in contrada Defensola, con la scoperta della miniera di selce, definita una delle più grandi d'Europa.
Nei pressi del Castello e sulla Punta di S. Francesco sono ancora visibili resti di tombe dell'Età del Ferro, mentre il dolmen che vi era in contrada Molinella, è andato irrimediabilmente distrutto, circa venti anni fa.

Le necropoli  paleocristiane


Il Gargano è tra le prime regioni d'Italia a conoscere ed accettare il messaggio di Cristo. La diffusione fu opera principalmente dei marinai che avevano relazioni commerciali con i paesi del Levante, ma anche dei primi evangelizzatori orientali che sbarcavano sulle coste pugliesi, ma solo a partire dal III secolo l'accettazione si fa più sensibile. I neofiti si riuniscono in luoghi appartati, in ipogei scavati nelle rocce, forse già utilizzati dagli uomini della preistoria, per istruirsi, pregare insieme e seppellirvi i loro congiunti. Questi luoghi, noti come necropoli paleocristiane, sono sparsi su tutto il territorio di Vieste, specie dove vi era un insediamento umano notevole. Le più note sono quelle di S. Nicola, nella zona Pantanello; della Salata e Salatella sulla punta rocciosa terminante con la spiaggia di Scialmarino; di Caprarezza, sulla collina nei pressi del Santuario di S. Maria di Merino; di Grotta Spagnola, ad una decina di chilometri a sud di Vieste; di S. Tecla nella zona omonima sulla litoranea Vieste-Mattinata e di Menelite in contrada Vignanotica; mentre quelle di S. Giacomo e di S. Lorenzo, nelle immediate vicinanze del paese, sono andate distrutte dai cavamonti. In tutte le necropoli si notano tombe terragne, sparse senza un ordine prestabilito, e tombe parietali, alcune delle quali inserite in arcosoli.

Il Gargano nel Medioevo


Durante la dominazione bizantina Vieste godette le attenzioni e i benefici del governo di Costantinopoli. In questo periodo fu amministrata dal turmarca, che si avvaleva della collaborazione dei notai, dei giudici, dei "boni homines" e del vescovo. Veniva scelto fra gli aristocratici locali e provvedeva alla difesa della città, all'amministrazione della giustizia, a regolare il commercio e a tutelare i diritti di proprietà e le esigenze della vita sociale.
Nella seconda metà dell'anno Mille diventò Signore di Vieste Roberto Drengot, nipote di Rainulfo, il primo normanno che scese in Puglia. In questo periodo furono costruiti nella parte alta della città il Castello e la cattedrale.
Per la sua posizione strategica, che da sempre costituì la testa di ponte col vicino oriente e meta obbligata per chi dal mare traeva risorse di vita, diventò anche un importante centro di difesa del Gargano.
Orseolo II, doge di Venezia, vi approdò nel 1002, quando accorse con 100 navi in aiuto di Bari assediata dai Saraceni. Il papa Alessandro III vi soggiornò per un mese prima di imbarcarsi alla volta di Venezia per firmare la pace con Federico Barbarossa (1177).
L'imperatore Federico II ebbe sempre a cuore e la colmò di benefici. Si vuole che nel 1242, dopo la terribile incursione operata dai Veneziani, alleati del Papa nella lotta contro il "Puer Apuliae", si portò personalmente in Vieste e, considerato i danni subiti, fece immediatamente restaurare la Cattedrale e il Castello e rinforzare le mura della città.
Qui venne anche catturato, per conto di Bonifacio VIII e Carlo II d'Angiò, Celestino V, dopo la rinuncia al papato, fuggiasco verso l'Illiria (1294).
Sempre soggetta alle incursioni piratesche, sono rimasti tristemente famosi gli eccidi operati dai Saraceni di Acmet Paschà (1480) e di Draguth Rais (1554), con gravi danni alla città e deportazione di innumerevoli abitanti.

                                              ALESSANDRO III

Alessandro III arrivò a Vieste il 7 febbraio 1177, dopo esser passato per Benevento, Troia, Siponto e Monte S. Angelo, dove si presentò pellegrino nella Sacra Grotta di S. Michele. Era diretto a Venezia per firmare la pace, che poi sarà detta di Costanza, e porre fine alla lunga guerra fra l'Imperatore Federico Barbarossa, la Lega dei Comuni e il Papato. Questo itinerario gli fu suggerito dal re di Sicilia, Guglielmo II il Buono, per evitargli qualche triste imboscata. Il Papa era accompagnato da numerosi cardinali, vescovi, abati, segretari, notari apostolici e dagli ambasciatori del re di Sicilia, Romualdo, arcivescovo di Salerno e Ruggero, conte di Trani. Secondo lo storico Pandolfo Collenucci, lo stesso Guglielmo II gli andò incontro con tutta la sua baronia e lo accompagnò "insino a Viesti, città di Monte S. Angelo, con molti cavalli bianchi, i quali donò al Papa per suo uso e gli armò 13 galee ornatissime".
L'ingresso fu trionfale: ad accoglierlo vi era il vescovo di Vieste, Simone, e una folla osannante. Solo il tempo fu inclemente e il mare che si rese impraticabile e burascoso per un intero mese, costringendo così Alessandro III ad una permanenza forzata. In tutto questo periodo egli non trascurò di amministrare la Chiesa e datò da qui ben 14 importantissimi documenti, alcuni dei quali interessanti la nostra provincia.
Salpò alla volta di Venezia il 9 marzo, dopo aver ricevuto le Sacre Ceneri dal vescovo Simone. La fortuna, ancora una volta non arrise agli illustri personaggi, perché, appena al largo furono sorpresi da un improvviso fortunale. Dieci galee riuscirono ad approdare presso la Pelagosa, mentre le due che trasportavano i cavalli del seguito ed un'altra galea, furono costrette a ritornare a Vieste.

                                                         CELESTINO V

Il Collegio dei Cardinali, dopo una vacanza di oltre due anni della Sede Pontificia, il 5 luglio 1294 elesse Papa l'eremita Pietro del Morrone. Questi era un monaco benedettino, che viveva fra i monti del Molise dedito alla vita contemplativa e alla preghiera ed era ritenuto dal popolo come santo. Accettò la nomina solo per obbedienza, ma con estrema riluttanza e si fece incoronare a L'Aquila con il nome di Celestino V.
Non aduso alla vita politica e al governo temporale della Chiesa ed anche per evitare di essere circuito da Carlo II d'Angiò e dagli stessi cardinali per loro interessi personali e ai danni della Chiesa, dopo aver fatto approvare dal Concistoro la bolla che prevedeva l'abdicazione di un Papa per gravi motivi, il 13 dicembre dello stesso anno si dimise. Per questo motivo Dante lo avrebbe accusato come "colui che per viltade fece il gran rifiuto" (
Inferno, Canto III, 59-60), ma non tutti gli storici sono di questo parere. Celestino V voleva solo e per sempre ritornare alla solitudine dei monti della Maiella e continuare la vita di anacoreta.
Il nuovo Papa, Bonifacio VIII, però, per timore di uno scisma, lo costrinse a vivere con lui nei palazzi pontifici o in luoghi da lui sorvegliati. Il Santo eremita tentò allora la fuga e cercò di rifugiarsi fra i monti della Yugoslavia (o della Grecia), dopo aver trattato il trasbordo con un marinaio di Rodi Garganico.
Si narra che ogni qualvolta si apprestava, insieme ad altri due confratelli a partire, il mare diventava agitato, costringendo i fuggiaschi a rientrare in porto. Nell'ultimo tentativo, dopo essersi allontanato per circa 15 miglia, il natante, sorpreso da una improvvisa mareggiata, fu sospinto sulla costa di Vieste. I marinai, impressionati da questo continuo mutar del tempo, lo abbandonarono probabilmente sulla spiaggia di Scialmarino. Pietro Celestino (come successivamente venne chiamato il Papa dimissionario) forse fu ospite per nove giorni presso la grancia benedettina di Càlema. Qui venne a prelevarlo, in nome di Bonifacio VIII e di Carlo II d'Angiò, il governatore di Vieste. Fu condotto in Vieste su un umile asinello, preceduto dalle grida festose dei ragazzi e accolto dal vescovo Angelo fra le entusiastiche acclamazioni della popolazione. Fu trattenuto con riguardo, venerazione e onore e, si vuole che durante il suo soggiorno, operò diversi miracoli.
Il 16 maggio vennero in Vieste Rodolfo, patriarca di Gerusalemme, Ludovico d'Alvernia, priore della Santa Milizia, Guglielmo di Villareto, priore di Provenza, il contestabile del Regno Guglielmo d'Estendard, il cavaliere Pietro da Cremona ed altri prelati e nobili signori che lo accompagnarono ad Anagni, dopo esser passati per Monte S. Angelo, Foggia, Benevento e Capua. Morì nel Castel Fumone, presso Ferentino, il 19 maggio 1296.

 GREGORIO XIII

E' uno dei vescovi più famosi che abbia avuto la Diocesi di Vieste. Bolognese di nascita, riformista cattolico convinto e canonista insigne, partecipò attivamente al Concilio di Trento come Uditore della Camera Apostolica e ricoprì incarichi di prestigio in diverse Commissioni, dando notevoli contributi di idee ed opere.
Fu consacrato vescovo di Vieste il 20 luglio 1558 dal papa Paolo IV e sostituì Giulio Panesio, innalzato alla dignità arcivescovile di Sorrento.
Ebbe a governare la Diocesi per due anni, in momenti molto difficili: la città, infatti, ancora non si riprendeva dal terribile sacco del famigerato Draguth e la Chiesa di Roma era minacciata dalla Riforma luterano, mentre l'Europa viveva fra aspre turbolenze civili e politiche.
Provvide con munificenza a dotare la Cattedrale di arredi molto pregiati, di vasi sacri, di paramenti preziosi, quadri, anche se, a quanto pare, non venne mai sul Gargano.
Il papa Pio IV, con bolla del 12 marzo 1562, gli offrì il cappello cardinalizio e, al termine del Concilio, lo volle a Roma, nominandolo Assistente di Cappella ed assegnandolo come compagno di S. Carlo Borromeo.
Pur ricoprendo tali prestigiosi incarichi sottoscrisse, fino al 1566, tutti gli atti con "Ego Ugo Boncompagnus, Episcopus Vestanus".
Il 13 maggio 1572 salì al trono pontificio col nome di Gregorio XIII e fu fra i più saggi della storia della Chiesa. Mise in atto tutte le direttive del Concilio di Trento, riformò il calendario giuliano, bandì il giubileo dell'Anno Santo del 1575 e diede largo impulso alla cultura, favorendo la fondazione di scuole e collegi.
Né da Papa dimenticò la sua Diocesi di Vieste: la fece riportare nelle Carte Geografiche affrescate nelle Sale Vaticane e concesse all'altare della Cappella di S. Michele della Cattedrale il grande privilegio dell'acquisto delle indulgenze plenarie per l'anima dei defunti durante la Messa di suffragio celebrata da un sacerdote locale.

Il Risorgimento


Come tutte le città d'Italia, anche Vieste ha dato il suo contributo di pensiero e di sangue durante il periodo del Risorgimento. Fin dagli inizi del XIX secolo molti professionisti viestani hanno accettato e diffuso l'idea sull'unità italiana, propugnata in tutto il Regno di Napoli dal re Gioacchino Murat e, successivamente, da Giuseppe Mazzini. Ma il ritorno a Napoli di Ferdinando IV ha determinato la condanna a morte o al carcere duro per molti sostenitori dell'unità nazionale e ha costretto altri eminenti personaggi a fuggire dal Regno. Altri, invece, si sono eclissati ed hanno continuato, tramite società segrete, l'opera di propaganda di italianità. Anche il gruppo dei liberali viestani non si è arreso e ha costituito una vendita della Carboneria.
Primo Gran Maestro è stato Emanuele Abruzzini, un legale definito nei rapporti della polizia come "antico ed effervescente settario", collaborato da un buon numero di dignitari. A parteciparvi non erano soltanto i professionisti e gli studenti che periodicamente portavano da Napoli gli entusiasmi dei cospiratori, anche operai e contadini attratti dal miraggio della spartizione dei terreni demaniali.
Questa vendita, scelta dai carbonari di tutta la Provincia di Capitanata, aveva anche l'ingrato compito di sopprimere i traditori e di gettarli a mare chiusi in un sacco.
In opposizione alla Carboneria è sorta anche la Società dei Calderali del Contrappeso, voluta e diffusa da Antonio Capece Minutolo, ministro della Polizia, che, servendosi di elementi facinorosi, aveva il compito di spargere in Vieste notizie allarmanti e provocare la reazione dei Carbonari.
Durante i moti sollevatisi in tutto il Regno per richiedere la Costituzione, anche Vieste è insorta e ha subito le crudeli repressioni dello Stato. Nel 1848 ben 72 cittadini sono stati perseguitati e condannati per alcuni anni a duro carcere come sovversivi o per i discorsi oltraggiosi rivolti alla Sacra Maestà del Re.
Nel 1861, circa 10 mesi dopo il positivo Plebiscito per l'annessione del Regno di Napoli a quello di Piemonte, il 27 luglio una sedizione provocata dai filoborbonici, è sfociata nel sangue e ben otto cittadini sono stati barbaramente trucidati.

                 
                    
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  Residence Hotel Maresol di Ennio Basilone
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 Come arrivare con GPS:
 Lat/Long:  41.8643505259187, 16.159189492464065

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 dal 25 marzo al 18 ottobre tel. e fax+39.0884 702279

 

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