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Il Gargano
Il paleolitico in Puglia e nel Gargano
Il Paleolitico (dal greco palaios,
"antico", e lithos, "pietra", ossia
"età della pietra antica") fu il primo periodo in cui si
sviluppò la tecnologia umana con l'introduzione dei
primi strumenti in pietra da parte di diverse specie di
ominidi (circa 1.5 milioni di anni fa), termina con
l'introduzione dell'agricoltura. Il Mesolitico,
si divide in:
Paleolitico inferiore, medio e superiore.
Il Paleolitico inferiore dura da
circa 2,5 milioni di anni fa a circa 120.000 anni fa,
corrisponde al Pleistocene inferiore e medio e alle glaciazioni, in questo periodo si diffondono
l'Homo habilis e l'Homo erectus.
Paleolitico medio.
Da circa 120.000 a circa 36.000 anni fa, corrisponde a
parte del Pleistocene superiore comprendente il periodo
interglaciale. In questo periodo si diffonde in Europa
l'Homo neanderthalensis.
Paleolitico superiore, da circa 36.000 a circa 10.000 anni fa;
corrisponde a parte del Pleistocene superiore
comprendente parte del periodo glaciale di Würm. In
questo periodo si diffonde in Europa l'odierno Homo
sapiens sapiens. Gli ultimi studi sulla preistoria
in Puglia, hanno confermato che quando sono arrivati i
primi popoli illirici, la regione era abitata da
popolazioni indigena dedita all'agricoltura e che
gli incontri tra differenti culture, portava esperienze
di traffici e di commerci, di gusto più evoluto e
maggiore raffinatezza. Grazie ai materiali
raccolti, la Puglia è la regione chiave per la
preistoria più antica della nostra penisola. Il Gargano
è sicuramente l'area più fertile di manufatti litici più
antichi, risalenti al Chelleano, cultura del Paleolitico
inferiore caratterizzata dalle amigdale (strumenti
litici grossolani) a tagliente sinuoso e sviluppatasi
attorno alla città francese di Chelles, oggi è detto
abbevilliano, e Musteriano, nome dato dagli
archeologi ad un periodo in cui venivano usati attrezzi
prevalentemente di selce, associato principalmente con
l'Homo neanderthalensis e risalente al Paleolitico
medio, la parte centrale del Paleolitico inferiore.
Prende nome dal sito di Lemoustier, un riparo in roccia
nella regione francese della Dordogna. Il
primo giacimento ascrivibile al Paleolitico
superiore, fu rinvenuto nella grotta Romanelli sita in
terra d'Otranto verso la metà del 1800, e dopo una lunga
battuta di arresto, solo dopo il 1946, si ripresero gli
studi, quando fu scoperto il giacimento del
Romandato-foce e Grotta Paglicci. Sul Gargano, il
Paleolitico inferiore appare articolato in due momenti,
il primo comprende industrie su scheggia (Clactoniano),
il secondo manufatti bifacciali (Acheuleano
750.000-120.000 anni fa circa), anche se i
primi si sono protratti durante il secondo
periodo. Il giacimento chiave del paleolitico è quello
situato presso la foce del torrente Romandato, ad ovest
di Rodi. Si tratta di schegge laminari più o meno
slanciate, schegge a tallone sfaccettato, grandi punte.
In seguito, verso il periodo Clactoniano evoluto,
si denota un perfezionamento della tecnica di distacco
delle schegge, le forme sono più regolari, di spessore
minore, con talloni più piccoli, in parte lisci ma meno
inclinati. Compaiono i primi raschiatoi. Nel periodo
Acheulano, appaiono le schegge bifacciali
amigdaloidi, grandi raschiatoi, qualche grattatoio
carenato, rari coltelli a dorso. Nella grotta Paglicci
sita a pochi kilometri da Rignano, sono stai ritrovati,
materiali litici, attibuibili ad un Acheulano
molto evoluto, forse finale, schegge bifacciali,
amigdaloidi, vere e propie amigdale, raschiatoi laterali
e trasversali. Inoltre macromammiferi del tipo: cavallo,
cervo, daino, stambecco. L'ambiete era di tipo steppa
continentale evolvente verso la prateria.
Fra i ritrovamenti archeologici più interessanti della
Puglia del periodo che va dall' VIII al IV secolo a.C. ci sono le Stele Daunie.
I ricercatori e gli storici hanno presentato svariate ipotesi sulla
funzionalità di tali reperti.
Provenienti in massima parte da due centri più importanti
dell'antica
laguna, Cupola-Beccarini e Salaria con qualche più rara presenza anche a Ordona,
Ascoli, Melfi, Arpi, Tiati, la scoperta delle Stele Daunie risale agli anni
Sessanta.
Le Stele si rinvennero casualmente sul terreno all'interno di campi
coltivati o variamente reimpiegate in costruzioni rurali, fabbricati o muretti a
secco, sottratte dunque al contesto a cui appartenevano; questo ha impedito la
comprensione della loro destinazione e della loro precisa collocazione.
Il particolare della parte inferiore della lastra non decorata prova che
esse non erano infisse verticalmente nel terreno, mentre i contenuti che
campiscono le superfici hanno consentito di formulare l'ipotesi corrente, cioè
che le stele fungessero da segnacolo funerario di gruppi sociali emergenti: in
tal caso gli schemi rappresentati sarebbero in stretto legame con l'immagine del
defunto.
La pietra calcarea adoperata proviene dalle vicine cave garganiche;
locale, senza dubbio, è la lavorazione che lascia presupporre un'alta e
articolata specializzazione delle
maestranze
impegnate.
Le lastre inoltre, oltre ad assumere un significato specifico in se
stesse per la forma e per la testa che le completava, fungevano da supporto ad
un vero e proprio linguaggio per immagini: erano interamente ricoperte da una
ricca decorazione geometrica ottenuta così come il restante apparato
iconografico con incisioni, escissioni o graffiti.
Le teste erano scolpite nella stessa pietra o lavorate a parte e fissate
alla stele con un perno; sono documentate teste di tipo "iconico" con la
suggestiva notazione di particolari del oppure di tipo "aniconico" con la sola
notazione di un copricapo.
Bande con riquadri campiti con motivi geometrici (svastica, meandro)
marcano i limiti della lastra sui due lati principali e all'interno di questa
superficie campeggiano sul lato anteriore gli elementi distintivi, armi o
ornamenti.
Le Stele con armi riferibili a individui
maschili
appartenenti alla classe guerriera recano il kardiophylax o pettorale, la spada
inguainata con impugnatura a crociera e, nella parte posteriore un grande scudo
decorato. Le stele con ornamenti si distinguono per la presenza di oggetti
squisitamente femminili: collane, fibule, pendagli, cinture e nastri pendenti,
con gli avambracci sempre guantati e riccamente decorati.
Le teste relative a questo gruppo sono coniche con copricapo
e
lavorate nello stesso blocco della lastra; sulla parte posteriore ricorre una
treccia destinante di frequente in complessi elementi ornamentali.
In questi schemi, che vanno idealmente completati con colori quali il
rosso e il nero, conservati solo in alcuni casi, le immagini acquistano una
rilevanza notevole anche per comprendere il linguaggio delle antiche comunità e
scoprirne gli aspetti più segreti: episodi di vita quotidiana (la caccia, la
pesca, la filatura della rana, la molitura del grano) accanto a raffigurazioni
legate al culto dei morti e alle credenze ad esso connesse (processioni rituali,
esseri fantastici).
Accanto al repertorio di immagini immediatamente riconducibili a momenti
di vita reale vi sono soggetti di lettura più complessa: animali fantastici,
come il cavallo alato, scene di rituali particolari, esseri inverosimili forse
riconducibili ad uno sconosciuto pantheon, soggetti ai quali la fantasia del
popolo della Daunia ha legato la propria immortalità.
Storia del territorio della Provincia di Foggia.
Preziose testimonianze archeologiche consentono oggi di ricostruire la
lunga e articolata storia del territorio sipontino, interessato sin dal
Neolitico dalla presenza umana.
In antico il tratto costiero a sud di Manfredonia era occupato da
un'ampia laguna che si estendeva fino all'Ofanto; in essa confluivano le acque
dei corsi fluviali navigabili che bagnavano l'estesa pianura del Tavoliere:
Durante il Neolitico il territorio prossimo alla foce del fiume Candelaro fu
occupato da individui che scelsero di vivere in gruppo all'interno dei villaggi
(Coppa Nevigata, Masseria Candelaro, Monte acquilone, Fontanarosa, Santa Tecchia)
caratterizzati dalla presenza di profondi fossati di recinzione.
Essi traevano i mezzi per il proprio sostentamento dal lavoro dei campi,
dall'allevamento del bestiame, dalla caccia e dalla pesca, attività praticate
grazie alla presenza di ampie zone coltivabili, di pascoli, di fitti boschi e
dalla laguna da cui era possibile raggiungere il mare aperto. L'universo delle
comunità preistoriche era ricco anche di rituali religiosi legati alle divinità
naturali. A grotta Scaloria presso
Manfredonia abbiamo infatti testimonianza di un cerimoniale che si svolgeva
nella parte più profonda della cavità e che prevedeva la raccolta delle acque
dallo stillicidio della volta all'interno di pregiati contenitori dipinti.
Dei villaggi neolitici quello di Coppa Nevigata fu frequentato anche
nella successiva Età del bronzo: in questa nuova fase culturale diventò
necessario proteggere l'abitato dall'esterno e, a tal scopo, venne costruito un
grosso muro di fortificazione verso la terraferma in grado di garantire la
totale difesa dell'insediamento.
Nell'età del ferro, ultimo tratto
di
quel lungo arco cronologico definito come Età dei metalli e che coincide con il
primo millennio a.C., l'habitat lagunare assolveva ancora al ruolo di
protagonista nella storia di questo territorio.
I villaggi sorgevano su piccoli promontori emergenti dalle acque della
laguna segnata da una fitta rete di canali che mettevano in contatto i diversi
agglomerati organizzati con spazi destinati alle capanne, alle attività
quotidiane e alle aree con funzioni cultuali e funerarie.
In questo contesto nacque e si sviluppò la civiltà daunia: una civiltà
composita e ricca che ebbe la sua massima espressione artistica nella produzione
delle stele funerarie.
Agli inizi del II secolo a.C., dopo la guerra annibalica i romani - in
espansione nel Sud d'Italia - fondarono nel territorio costiero di Arpi una
colonia marittima, Sipontum, impiantata su un naturale rialzo del terreno:
quest'area portuale sarà una delle più importanti della Puglia romana e
medioevale.
Il Gargano nella
Storia Antica
Durante i lavori di
sbancamento dei terreni e durante gli scavi per le fondazioni di nuovi edifici,
sia all'interno del paese che nelle immediate vicinanze, vale a dire su un
territorio più ampio di quello occupato dall'odierna Vieste, sono affiorate
testimonianze di abitazioni e, ultimamente, anche di uno stabilimento termale,
risalenti al periodo pre-romano.
Oggi si è orientatati ad identificare questa città sepolta con l'antica Uria
(sec. VI a.C.), ricordata da vari autori greci e latini, come Strabone, Dionisio
Libico, il Perigeta, Plinio, Tolomeo, Pomponio Mela. La maggiore testimonianza
viene data dalla scoperta del tempio della Venere Sosandra (avvenuta nel 1987)
in una grotta scavata sull'isolotto di S. Eufemia (su cui è ora ubicato il Faro)
e citato da Catullo nel Carme 36, sulle cui pareti sono state incise, da parte
di marinai, numerose dediche alla dea, in greco e in latino, databili tra il III
sec. a.C. e la tarda età romana.
Intorno a questa città vi erano altri insediamenti umani, come quello di
Apeneste (sec. II d.C.), ricordata da Tolomeo, e da ricercarsi, a sud di Vieste,
nella zona di S. Salvatore, sul cui territorio sono sparse centinaia di tombe a
cassette. A Nord-Ovest, invece, prospiciente il Piano Grande, vi erano le ville
romane di Merino e Fioravanti, realizzate senz'altro con le leggi romane "Sempronia"
e "Julia".
Questi centri erano dediti esclusivamenti alle attività agricole e alla
pastorizia e il commercio avveniva tramite i porti di Campi e di Porto Greco per
Apeneste e con quello di Scialmarino per le ville.
Nel Museo Civico, ubicato nel centro storico, sono conservati non solo reperti
di epoca preromana, fra cui alcuni frammenti di stele che riportano
un'iscrizione epigrafica con caratteri messapici, definita "il più illustre
documento linguistico dell'antica Daunia" (O.Parlangeli), ma anche materiali
fittili (vasi di forme e grandezze diverse, lacrimatoi, lucerne, olle
funerarie), corredi metallici di usi diversi (armi, pentole, spille, spirali) ed
àncore di pietre e di ferro.
Il Gargano nella
Preistoria
Le sue
origini si perdono nella notte dei tempi. Fin dal Paleolitico l'uomo fu presente
su tutto il territorio, perchè‚ qui vi trovò l'habitat ideale: clima mite,
sorgenti di acqua potabile, terreno ferace con abbondanza di frutta e con
ricchezza di selvaggina stanziale e migratoria e, lungo la costa, innumerevoli
insenature con ricca varietà di pesci.
Le zone di maggiore frequentazione furono quelle di Vallecoppe, Campi, Costella,
Puntalunga, Macchione, Passo dell'Arciprete, Sfinalicchio e tantissime altre
ancora. L'uomo lavorò la selce, cosparsa su tutto il territorio, costruendovi
gli strumenti di lavoro, di caccia e di difesa.
L'impianto maggiore dell'industria dei manufatti litici è stato rinvenuto, pochi
anni or sono, a circa tre chilometri da Vieste, in contrada Defensola, con la
scoperta della miniera di selce, definita una delle più grandi d'Europa.
Nei pressi del Castello e sulla Punta di S. Francesco sono ancora visibili resti
di tombe dell'Età del Ferro, mentre il dolmen che vi era in contrada Molinella,
è andato irrimediabilmente distrutto, circa venti anni fa.
Le
necropoli paleocristiane
Il Gargano è tra le
prime regioni d'Italia a conoscere ed accettare il messaggio di Cristo. La
diffusione fu opera principalmente dei marinai che avevano relazioni commerciali
con i paesi del Levante, ma anche dei primi evangelizzatori orientali che
sbarcavano sulle coste pugliesi, ma solo a partire dal III secolo l'accettazione
si fa più sensibile. I neofiti si riuniscono in luoghi appartati, in ipogei
scavati nelle rocce, forse già utilizzati dagli uomini della preistoria, per
istruirsi, pregare insieme e seppellirvi i loro congiunti. Questi luoghi, noti
come necropoli paleocristiane, sono sparsi su tutto il territorio di Vieste,
specie dove vi era un insediamento umano notevole. Le più note sono quelle di S.
Nicola, nella zona Pantanello; della Salata e Salatella sulla punta rocciosa
terminante con la spiaggia di Scialmarino; di Caprarezza, sulla collina nei
pressi del Santuario di S. Maria di Merino; di Grotta Spagnola, ad una decina di
chilometri a sud di Vieste; di S. Tecla nella zona omonima sulla litoranea
Vieste-Mattinata e di Menelite in contrada Vignanotica; mentre quelle di S.
Giacomo e di S. Lorenzo, nelle immediate vicinanze del paese, sono andate
distrutte dai cavamonti. In tutte le necropoli si notano tombe terragne, sparse
senza un ordine prestabilito, e tombe parietali, alcune delle quali inserite in
arcosoli.
Il Gargano nel Medioevo
Durante la
dominazione bizantina Vieste godette le attenzioni e i benefici del governo di
Costantinopoli. In questo periodo fu amministrata dal turmarca, che si avvaleva
della collaborazione dei notai, dei giudici, dei "boni homines" e del vescovo.
Veniva scelto fra gli aristocratici locali e provvedeva alla difesa della città,
all'amministrazione della giustizia, a regolare il commercio e a tutelare i
diritti di proprietà e le esigenze della vita sociale.
Nella seconda metà dell'anno Mille diventò Signore di Vieste Roberto Drengot,
nipote di Rainulfo, il primo normanno che scese in Puglia. In questo periodo
furono costruiti nella parte alta della città il Castello e la cattedrale.
Per la sua posizione strategica, che da sempre costituì la testa di ponte col
vicino oriente e meta obbligata per chi dal mare traeva risorse di vita, diventò
anche un importante centro di difesa del Gargano.
Orseolo II, doge di Venezia, vi approdò nel 1002, quando accorse con 100 navi in
aiuto di Bari assediata dai Saraceni. Il papa Alessandro III vi soggiornò per un
mese prima di imbarcarsi alla volta di Venezia per firmare la pace con Federico
Barbarossa (1177).
L'imperatore Federico II ebbe sempre a cuore e la colmò di benefici. Si vuole
che nel 1242, dopo la terribile incursione operata dai Veneziani, alleati del
Papa nella lotta contro il "Puer Apuliae", si portò personalmente in Vieste e,
considerato i danni subiti, fece immediatamente restaurare la Cattedrale e il
Castello e rinforzare le mura della città.
Qui venne anche catturato, per conto di Bonifacio VIII e Carlo II d'Angiò,
Celestino V, dopo la rinuncia al papato, fuggiasco verso l'Illiria (1294).
Sempre soggetta alle incursioni piratesche, sono rimasti tristemente famosi gli
eccidi operati dai Saraceni di Acmet Paschà (1480) e di Draguth Rais (1554), con
gravi danni alla città e deportazione di innumerevoli abitanti.
ALESSANDRO III
Alessandro III arrivò
a Vieste il 7 febbraio 1177, dopo esser passato per Benevento, Troia, Siponto e
Monte S. Angelo, dove si presentò pellegrino nella Sacra Grotta di S. Michele.
Era diretto a Venezia per firmare la pace, che poi sarà detta di Costanza, e
porre fine alla lunga guerra fra l'Imperatore Federico Barbarossa, la Lega dei
Comuni e il Papato. Questo itinerario gli fu suggerito dal re di Sicilia,
Guglielmo II il Buono, per evitargli qualche triste imboscata. Il Papa era
accompagnato da numerosi cardinali, vescovi, abati, segretari, notari apostolici
e dagli ambasciatori del re di Sicilia, Romualdo, arcivescovo di Salerno e
Ruggero, conte di Trani. Secondo lo storico Pandolfo Collenucci, lo stesso
Guglielmo II gli andò incontro con tutta la sua baronia e lo accompagnò "insino
a Viesti, città di Monte S. Angelo, con molti cavalli bianchi, i quali donò al
Papa per suo uso e gli armò 13 galee ornatissime".
L'ingresso fu trionfale: ad accoglierlo vi era il vescovo di Vieste, Simone, e
una folla osannante. Solo il tempo fu inclemente e il mare che si rese
impraticabile e burascoso per un intero mese, costringendo così Alessandro III
ad una permanenza forzata. In tutto questo periodo egli non trascurò di
amministrare la Chiesa e datò da qui ben 14 importantissimi documenti, alcuni
dei quali interessanti la nostra provincia.
Salpò alla volta di Venezia il 9 marzo, dopo aver ricevuto le Sacre Ceneri dal
vescovo Simone. La fortuna, ancora una volta non arrise agli illustri
personaggi, perché, appena al largo furono sorpresi da un improvviso fortunale.
Dieci galee riuscirono ad approdare presso la Pelagosa, mentre le due che
trasportavano i cavalli del seguito ed un'altra galea, furono costrette a
ritornare a Vieste.
CELESTINO V
Il Collegio dei
Cardinali, dopo una vacanza di oltre due anni della Sede Pontificia, il 5 luglio
1294 elesse Papa l'eremita Pietro del Morrone. Questi era un monaco benedettino,
che viveva fra i monti del Molise dedito alla vita contemplativa e alla
preghiera ed era ritenuto dal popolo come santo. Accettò la nomina solo per
obbedienza, ma con estrema riluttanza e si fece incoronare a L'Aquila con il
nome di Celestino V.
Non aduso alla vita politica e al governo temporale della Chiesa ed anche per
evitare di essere circuito da Carlo II d'Angiò e dagli stessi cardinali per loro
interessi personali e ai danni della Chiesa, dopo aver fatto approvare dal
Concistoro la bolla che prevedeva l'abdicazione di un Papa per gravi motivi, il
13 dicembre dello stesso anno si dimise. Per questo motivo Dante lo avrebbe
accusato come "colui che per viltade fece il gran rifiuto" (Inferno,
Canto III, 59-60), ma non tutti gli storici sono di questo parere. Celestino V
voleva solo e per sempre ritornare alla solitudine dei monti della Maiella e
continuare la vita di anacoreta.
Il nuovo Papa, Bonifacio VIII, però, per timore di uno scisma, lo costrinse a
vivere con lui nei palazzi pontifici o in luoghi da lui sorvegliati. Il Santo
eremita tentò allora la fuga e cercò di rifugiarsi fra i monti della Yugoslavia
(o della Grecia), dopo aver trattato il trasbordo con un marinaio di Rodi
Garganico.
Si narra che ogni qualvolta si apprestava, insieme ad altri due confratelli a
partire, il mare diventava agitato, costringendo i fuggiaschi a rientrare in
porto. Nell'ultimo tentativo, dopo essersi allontanato per circa 15 miglia, il
natante, sorpreso da una improvvisa mareggiata, fu sospinto sulla costa di
Vieste. I marinai, impressionati da questo continuo mutar del tempo, lo
abbandonarono probabilmente sulla spiaggia di Scialmarino. Pietro Celestino
(come successivamente venne chiamato il Papa dimissionario) forse fu ospite per
nove giorni presso la grancia benedettina di Càlema. Qui venne a prelevarlo, in
nome di Bonifacio VIII e di Carlo II d'Angiò, il governatore di Vieste. Fu
condotto in Vieste su un umile asinello, preceduto dalle grida festose dei
ragazzi e accolto dal vescovo Angelo fra le entusiastiche acclamazioni della
popolazione. Fu trattenuto con riguardo, venerazione e onore e, si vuole che
durante il suo soggiorno, operò diversi miracoli.
Il 16 maggio vennero in Vieste Rodolfo, patriarca di Gerusalemme, Ludovico d'Alvernia,
priore della Santa Milizia, Guglielmo di Villareto, priore di Provenza, il
contestabile del Regno Guglielmo d'Estendard, il cavaliere Pietro da Cremona ed
altri prelati e nobili signori che lo accompagnarono ad Anagni, dopo esser
passati per Monte S. Angelo, Foggia, Benevento e Capua. Morì nel Castel Fumone,
presso Ferentino, il 19 maggio 1296.
GREGORIO XIII
E' uno dei vescovi
più famosi che abbia avuto la Diocesi di Vieste. Bolognese di nascita,
riformista cattolico convinto e canonista insigne, partecipò attivamente al
Concilio di Trento come Uditore della Camera Apostolica e ricoprì incarichi di
prestigio in diverse Commissioni, dando notevoli contributi di idee ed opere.
Fu consacrato vescovo di Vieste il 20 luglio 1558 dal papa Paolo IV e sostituì
Giulio Panesio, innalzato alla dignità arcivescovile di Sorrento.
Ebbe a governare la Diocesi per due anni, in momenti molto difficili: la città,
infatti, ancora non si riprendeva dal terribile sacco del famigerato Draguth e
la Chiesa di Roma era minacciata dalla Riforma luterano, mentre l'Europa viveva
fra aspre turbolenze civili e politiche.
Provvide con munificenza a dotare la Cattedrale di arredi molto pregiati, di
vasi sacri, di paramenti preziosi, quadri, anche se, a quanto pare, non venne
mai sul Gargano.
Il papa Pio IV, con bolla del 12 marzo 1562, gli offrì il cappello cardinalizio
e, al termine del Concilio, lo volle a Roma, nominandolo Assistente di Cappella
ed assegnandolo come compagno di S. Carlo Borromeo.
Pur ricoprendo tali prestigiosi incarichi sottoscrisse, fino al 1566, tutti gli
atti con "Ego Ugo Boncompagnus, Episcopus Vestanus".
Il 13 maggio 1572 salì al trono pontificio col nome di Gregorio XIII e fu fra i
più saggi della storia della Chiesa. Mise in atto tutte le direttive del
Concilio di Trento, riformò il calendario giuliano, bandì il giubileo dell'Anno
Santo del 1575 e diede largo impulso alla cultura, favorendo la fondazione di
scuole e collegi.
Né da Papa dimenticò la sua Diocesi di Vieste: la fece riportare nelle Carte
Geografiche affrescate nelle Sale Vaticane e concesse all'altare della Cappella
di S. Michele della Cattedrale il grande privilegio dell'acquisto delle
indulgenze plenarie per l'anima dei defunti durante la Messa di suffragio
celebrata da un sacerdote locale.
Il
Risorgimento
Come tutte le città
d'Italia, anche Vieste ha dato il suo contributo di pensiero e di sangue durante
il periodo del Risorgimento. Fin dagli inizi del XIX secolo molti professionisti
viestani hanno accettato e diffuso l'idea sull'unità italiana, propugnata in
tutto il Regno di Napoli dal re Gioacchino Murat e, successivamente, da Giuseppe
Mazzini. Ma il ritorno a Napoli di Ferdinando IV ha determinato la condanna a
morte o al carcere duro per molti sostenitori dell'unità nazionale e ha
costretto altri eminenti personaggi a fuggire dal Regno. Altri, invece, si sono
eclissati ed hanno continuato, tramite società segrete, l'opera di propaganda di
italianità. Anche il gruppo dei liberali viestani non si è arreso e ha
costituito una vendita della Carboneria.
Primo Gran Maestro è stato Emanuele Abruzzini, un legale definito nei rapporti
della polizia come "antico ed effervescente settario", collaborato da un buon
numero di dignitari. A parteciparvi non erano soltanto i professionisti e gli
studenti che periodicamente portavano da Napoli gli entusiasmi dei cospiratori,
anche operai e contadini attratti dal miraggio della spartizione dei terreni
demaniali.
Questa vendita, scelta dai carbonari di tutta la Provincia di Capitanata, aveva
anche l'ingrato compito di sopprimere i traditori e di gettarli a mare chiusi in
un sacco.
In opposizione alla Carboneria è sorta anche la Società dei Calderali del
Contrappeso, voluta e diffusa da Antonio Capece Minutolo, ministro della
Polizia, che, servendosi di elementi facinorosi, aveva il compito di spargere in
Vieste notizie allarmanti e provocare la reazione dei Carbonari.
Durante i moti sollevatisi in tutto il Regno per richiedere la Costituzione,
anche Vieste è insorta e ha subito le crudeli repressioni dello Stato. Nel 1848
ben 72 cittadini sono stati perseguitati e condannati per alcuni anni a duro
carcere come sovversivi o per i discorsi oltraggiosi rivolti alla Sacra Maestà
del Re.
Nel 1861, circa 10 mesi dopo il positivo Plebiscito per l'annessione del Regno
di Napoli a quello di Piemonte, il 27 luglio una sedizione provocata dai
filoborbonici, è sfociata nel sangue e ben otto cittadini sono stati
barbaramente trucidati.
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