|
La transumanza
LA
VOCAZIONE PASTORALE DEL TAVOLIERE: CONOSCENZA STORICA E MODERNITÀ
1. La vocazione pastorale
del territorio
La disamina dei numerosi studi di carattere archeologico,
storico e scientifico fino ad oggi prodotti sui temi allevamento e
transumanza mostra con certezza che l'allevamento ovino era diffuso
già in epoca molto remota nella quasi totalità delle regioni
europee, benché in misura ovviamente variabile.
La geografia del territorio creava infatti condizioni
particolarmente favorevoli, esistendo nel continente europeo molte
regioni incolte, piuttosto estese in Spagna e Bassa Sassonia, più
modeste sulle coste del mare del Nord, Borgogna, in Inghilterra e
nella nostra Puglia. E se fortemente l'allevamento ovino poteva
diffondersi in pianura e negli altipiani, ancora di più si
sviluppava nelle regioni montuose, dai Pirenei alle Sierras
spagnole, dagli Appennini italiani ai Balcani e ai Carpazi. Infatti
il legame tra pianura e montagna aveva in questo caso una
motivazione essenzialmente naturale: in alcune regioni la fine
dell'inverno metteva migliaia di ovini in cammino verso gli alpeggi,
altrove l’inizio della cattiva stagione spingeva le greggi verso la
pianura, come accadeva nella transumanza tra Abruzzo e Puglia, od
anche in Borgogna.
Mediante il ricorso alla transumanza o all'alpeggio i proprietari di
armenti riuscivano a sfruttare alternativamente pascoli estivi, resi
fertili da piogge e nevicate durante la cattiva stagione, e pascoli
invernali, più adatti - come quelli del Tavoliere di Puglia - allo
svernamento delle greggi. Tutto ciò con il risultato evidente di
assicurare al bestiame le migliori condizioni possibili ed
aumentare, insieme alla qualità e quantità delle produzioni animali,
il reddito riveniente dall'allevamento.
E’ accertata ormai da autorevoli ricercatori l'importanza assunta
nella nostra regione dal fenomeno dell'allevamento transumante già
in età romana tardo-repubblicana e primo-imperiale, ma evidenti
risultano anche gli elementi di continuità che legano quel fenomeno
ed i fattori che lo hanno determinato sia al periodo pre e
proto-storico che all'età medioevale: la transumanza è certamente
legata alle strutture profonde e non modificabili - almeno per
lunghissimo tempo - di alcune aree geografiche, nonché al peso che
le condizioni ambientali ebbero sul permanere, nel tempo, di modi
tipici di utilizzazione del suolo.
Se per quanto riguarda la Daunia abbiamo sicure testimonianze sulla
diffusione dell'allevamento ovino in età arcaica, non disponiamo
però, almeno fino al II secolo a.C., di chiari indizi storici ed
archeologici di contatti effettivi tra Daunia e montagna
appenninica; sembra che solo da quel periodo si instauri tra Daunia
ed area frentana un tipo di transumanza a medio e piccolo raggio,
mentre la grande transumanza si svilupperà soltanto in epoca
postannibalica grazie a fattori e condizioni ambientali nuovi,
quali la grande disponibilità di terre occupate, la facilità di
reperimento di manodopera servile, i maggiori mezzi finanziari.
Ed in effetti una grande transumanza aveva bisogno per il suo stesso
sviluppo di condizioni politiche particolari, che potevano essere
garantite solo da un forte organismo centrale di gestione e
controllo, capace di regolare i rapporti tra allevatori e
agricoltori, mediandone le esigenze ed i conflitti. Con tali
condizioni la transumanza orizzontale viene a rappresentare una
forma di razionalizzazione economica ed una fonte di sicura ed
immediata redditività.
Nella Daunia, quindi l'allevamento transumante sembra essere stata
una delle forme di sfruttamento avviate nell'immediato dopoguerra
annibalico: la fonte che Strabone utilizza per la sua Geografia,
ovvero Posidonio, colloca nei dintorni del Gargano un fiorente
centro di attività laniera, che si sviluppa proprio sfruttando le
possibilità offerte dal periodico trasferimento delle greggi
dall'Appennino ai pascoli invernali della Daunia. Numerosi sono, a
questo proposito, i riferimenti di Varrone, e di Cicerone. Orazio
poi definisce Lucera “rinomata” per la produzione laniera
e cita anche l'esistenza di
un lanarius lucerino.
L'instaurarsi del diretto dominio romano nelle aree
centro-meridionali della nostra penisola genera tra il II° ed il I
°secolo a.C. profonde trasformazioni nel settore economico: con le
massicce confische seguite alle guerre annibaliche l’ager
publicus romanus si amplia enormemente, le classi più elevate
accumulano ricchezze e le impiegano nella terra, la piccola
proprietà contadina declina a favore di aziende di più largo
respiro, le terre si spopolano a seguito delle emigrazioni in Spagna
e nella Gallia cisalpina. Tutto ciò provoca una alterazione
significativa dell’economia e dell’agricoltura del centro-sud, che
trova nell’allevamento nuove forme di investimento con sbocchi anche
nelle forniture di lana e pelli per l’esercito. Il vantaggio
maggiore per i piccoli allevatori consiste nel pascolo gratuito,
sancito dalla legge agraria del 111 a.C., che inquadra e definisce
un fenomeno preesistente che andava però assumendo dimensioni e
carattere nuovi. Le testimonianze di Varrone ci rendono noti tutti i
problemi organizzativi dell’allevamento transumante di quel tempo
tra Sabina, Appennino centrale ed Apulia: a seguito della crescente
richiesta del mercato, soprattutto della capitale, l’allevamento
ovino assume un “carattere capitalistico” che andò sempre più
evolvendosi, e l’imperatore divenne presto il più grande
proprietario di greggi oltre che il maggior proprietario terriero.
Tutte queste condizioni cadono in età tardo-imperiale, allorché Roma
declina come mercato; il sistema della transumanza va
disorganizzandosi, anche per l’assenza di un efficace controllo da
parte del potere centrale, e diventa sempre più occasione di abusi,
vessazioni ed illegalità; l’accostamento tra pastori e briganti
diventa sempre più frequente. E tuttavia la transumanza e sempre in
atto, nel corso dei cosiddetti secoli bui, fino alla Costituzione di
Guglielmo II, intorno al 1172: essa dimostra che non è mai venuto
meno, fino al XII secolo, il carattere fiscale, ovvero pubblico, di
una estensione enorme di terre incolte, nonostante il venir meno dei
poteri dello Stato e la ricostituzione certa dei patrimoni
cittadini: questo perché l'ambiente naturale e le condizioni
geografiche imponevano un certo tipo di sfruttamento del suolo. In
questo contesto anche il carattere pubblico delle calles e
delle viae difficilmente poteva scomparire: si può spiegare
anche in questo modo la coincidenza tra le calles romane e
preromane con i tracciati dei tratturi dell'età aragonese.
Tuttavia una frattura vi fu per la transumanza, almeno al tempo
della guerra gotica: il declino demografico e la crescita delle
terre incolte influirono sulla regressione del fenomeno ed anche sul
suo sostanziale spostamento dall'area centrale appenninica all'area
tirrenica e romana. La depressione, aggravata da epidemie e dalla
discesa di sempre nuove popolazioni barbariche, continuerà per lungo
tempo: gli spazi disabitati si allargano, il paesaggio degrada con
erosioni ed impaludamenti malarici, con conseguenze rilevanti anche
sul clima, la popolazione - abituata dalla pax romana a vivere
tranquillamente dispersa nelle campagne - comincia a concentrarsi in
villaggi e borghi per necessità di difesa, infine il bisogno di
badare a se stessi genera una regressione verso forme di economia
naturale e di autosufficienza, con una generale tendenza alla
concentrazione della proprietà terriera.
Incomincia già nel IV secolo la conversione di città in centri
fortificati e si moltiplicano i castella. Proprio nel
fenomeno dell'incastellamento, secondo la nota tesi del Toubert, è
da ricercarsi l'origine del sottosviluppo meridionale, e proprio tra
X e XII secolo le radici di quella tensione tra agricoltura e
pastorizia che sarà una costante nella storia del Mezzogiorno.
L'incastellamento, che si intensificherà in età normanna, avrebbe
reso ancor più rigida la tendenza meridionale al vivere accentrato
ed alle conseguenti scelte economiche, creando quelle
contrapposizioni tra il cultum a carattere intensivo e l'incultum
pastorale che impediranno a lungo l'integrazione fra quei settori,
essendo i castra incapaci di superare le proprie mura ed
estendere la colonizzazione.
Se, come sembra, era necessario un ettaro di buon pascolo per
assicurare la sopravvivenza annua di tre o quattro ovini, possiamo
facilmente immaginare quanto il pascolo superasse il coltivato,
quanto le terre incolte, aride e disabitate superassero in
estensione città e castelli. Tra le prove più conclusive di tale
status è la testimonianza topografica di agri deserti, ma da non
trascurare è la riflessione sulla stessa legislazione barbarica, che
ci mostra una economia pastorale dai caratteri impressionanti:
raccolta di prodotti spontanei, pascolo di animali su grandi
estensioni di terre incolte. La legislazione longobarda è ricca di
norme minute che riguardano il pascolo e che non hanno la pari in
quelle relative all'agricoltura. E se Paolo Diacono indica
nell'economia del pascolo brado il settore più compromesso a causa
della penuria di braccia, il suo interesse denota pure l'importanza
che la pastorizia riveste ancora all'interno dell'economia generale
del paese.
Benché si sostenga da più parti che il fenomeno della transumanza
prescinda dai mutamenti strutturali della politica, e si configuri
essenzialmente come ragione di sopravvivenza, tuttavia un elemento
caratterizzante la nostra regione in età barbarica ci spinge ad una
certa cautela in proposito: infatti allorché viene a mancare la
stabilità politica, nel periodo tra le grandi invasioni e l'XI
secolo, viene a mancare anche l'unità tra la regione abruzzese e
quel suo entroterra economico che il Tavoliere di Puglia era stato
fin dall'età più antica, con il conseguente sconvolgimento di
equilibri secolari e l'inselvatichimento delle calles.
La grande transumanza subisce certamente in queste condizioni una
lunga battuta d'arresto, ma non scompare del tutto, come testimonia
la documentazione relativa ad alcune zone abruzzesi, e la piccola
transumanza continua con la stessa intensità a cercar di
sopravvivere finché in età federiciana, col riaccorpamento dell'area
abruzzese con il Tavoliere, comincia a stabilirsi una fitta rete di
masserie ed anche la transumanza autunnale può riprendere vigore.
In seguito all'ampliarsi della grande proprietà fondiaria, originato
dalla redistribuzione delle terre, e all'aumento delle aree
destinate al pascolo, nell'età normanna l'allevamento ovino conosce,
infatti, un notevole incremento quantitativo e qualitativo. La ricca
documentazione disponibile ci dà molte notizie sulle modifiche
introdotte nell'uso delle terre incolte, sottoposte al regime della
foresta. Questa ha un significato non tanto botanico o geografico,
bensì istituzionale e comporta un irrigidimento ed una limitazione
sensibile dei diritti di pascolo: se per i latifondisti si trattò di
trovare il sistema per incrementare il latifondo, per i piccoli
allevatori la riduzione delle terre comuni operata dalla
legislazione normanna comportò invece una contrazione dell'attività
pastorale, così che i signori normanni divennero i maggiori
allevatori del paese.
Inizia qui un processo di concentrazione delle risorse allevatorie
nelle mani della Corona, dei feudatari, delle abbazie e dei grandi
proprietari, ai quali tutti pervenivano non solo i prodotti - da
utilizzare o vendere - ma anche i proventi di quegli iura che la
legge impose, tra l'altro, sulla trasformazione e sulla
commercializzazione interna ed estera di quei prodotti.
Commercializzazione che fu molto intensa, poiché i Patti intercorsi
tra Guglielmo II ed i genovesi tra il 1156 ed il 1157, nonché la
documentazione commerciale disponibile per il secolo successivo,
citano lana, cuoio, pelli e velli di agnello come generi di
esportazione di primaria importanza. Né si può trascurare, perché
indicativa della ripresa della transumanza, la concessione del
diritto di libero pascolo sul Gargano, elargita nel 1110 da Ruggero
I.
Le leggi emanate in età normanna
sembrano costituire l'anello
di congiunzione legislativo fra transumanza di età antica e
Dohana Menae pecudum. Il rigore che le caratterizza sui delitti
di abigeato fu stemperato dalla costituzione Ut delieti fines
emanata da Federico II, ma l'esame di tutte nel loro insieme denota
una situazione in grande evoluzione: si aumentava infatti la
normativa per rispondere alla crescita del settore pastorale, che
doveva pur essere di natura transumante se le greggi stabulanti
venivano colpite dallo ius stallae. L'intensità dell'attività
allevatoria prosegue per la minuziosa regolamentazione delle
masserie regie, che sembra voler stabilire un rapporto più
equilibrato tra agricoltura e pastorizia. Gli Statutum
massariarum di età manfrediana costituiscono per noi
interessantissimi documenti di vita allevatoria e di etologia
animale, segno del crescere di interessi naturalistici che ebbero
alte tradizioni nell'età normanno-sveva.
Tra XI e XII secolo l'intenso commercio transmarino tra i porti
pugliesi di Siponto, Barletta, Trani, Bari, Brindisi, Otranto,
Taranto e tutto l'Oriente, i paesi sud-occidentali europei, la
Tunisia, Tripoli e varie località dell'Africa settentrionale
prevedeva una intensa circolazione di bestiame nostrano, esportato
in cambio del rame e dello stagno spagnoli, delle spezie e delle
sete orientali. Il vescovo Liutprando di Ravenna ci informa che ad
opera dei mercanti amalfitani la lana pugliese veniva introdotta sia
in Italia settentrionale che all'estero e che anche i pisani
trafficavano in Puglia ed in Sicilia nel corso del XII secolo in
bestiame e cereali.
Sia in età federiciana che in età angioina l'esportazione di
bestiame ovino viene rigidamente controllata a fini protezionistici,
e permessa soltanto dietro apposita autorizzazione; non vi è inoltre
una frequente importazione, ed infatti una sola volta è
testimoniato, nei Registri angioini, l'acquisto di alcuni arieti
della Barberia: ma siamo già nel 1278, nel periodo cioè in cui le
coste pugliesi e calabre cominciano ad essere predate dalle
scorrerie aragonesi. In seguito le difficoltà finanziarie angioine
consegneranno ai banchieri e ai mercanti fiorentini tutte le
attività produttive dello Stato, compromettendo seriamente anche
l'allevamento del bestiame.
Nel complesso, il lungo periodo intercorrente tra mondo antico e
mondo moderno si configura, anche per la storia dell'allevamento
ovino, come un ciclo evolutivo, con una sostanziale continuità tra
epoca romana ed epoca altomedioevale: d'altronde, come afferma il
Jones, nella storia economica e sociale le rivoluzioni sono rare
checché accada nella storia politica. Ci furono, però, delle
oscillazioni se non fratture nella forma allevatoria della
transumanza, significativi adattamenti e non immobilità, pur
rimanendo innegabile la vocazione naturale dei nostri territori,
poiché certamente i vari gruppi sociali via via emergenti nelle
regioni meridionali si posero comunque in modo diversificato di
fronte ai fenomeni allevamento e transumanza nel corso dei secoli
che dal III al X videro l'evoluzione del mondo romano a mondo
moderno e lo sviluppo dell'economia feudale.
Certamente la maggiore razionalizzazione di quei fenomeni avviene in
età aragonese con la istituzione della Dogana delle pecore, su cui
molto è stato scritto. Basti qui ricordare che la riforma alfonsina,
caratterizzata da una ispirazione squisitamente tributaria,
introducendo novità quali l'acquisto degli erbaggi baronali e la
vendita forzosa ai proprietari degli armenti, potenziando la rete
viaria tratturale, le fiere locali ed i commerci, diminuendo il
prezzo del sale, fece della Dogana un centro di potere e della
Capitanata una regione strategica, che a partire dalla fine del XV
secolo si rivitalizza oltre che dal punto di vista demografico anche
dal punto di vista economico e produttivo.
L'allevamento ovino continuerà quindi a essere prevalente anche in
età moderna, non solo per motivi di clima e di ambiente o per motivi
di ordine culturale, ma anche per motivi tributari. La pecora e
l'uomo rimangono realtà strettamente legate dai tempi più remoti
fino all'età moderna e, con altre vicende, fino a pochi decenni
orsono: abbiamo quindi di fronte una realtà di lunghissima durata
che ha segnato profondamente la nostra civiltà e che ora non esiste
praticamente più, con tutte le conseguenze che questa rivoluzione
può aver avuto ad ogni livello, dalla mentalità all'economia.
La carta dei tratturi

LA PASTORIZIA IN CAPITANATA NEL PERIODO DELLA DOGANA DELLE PECORE
(1447 – 1806)
1. Alfonso
D’Aragona e l'istituzione della Dogana delle Pecore
…Esistono date "fatali" nella storia di un paese o di un popolo,
date che si riferiscono a conquiste, fatti d’arme, calamità naturali
od eventi straordinari e certamente l’anno 1447 fu per la Capitanata
una di queste.
Il 1447 è l’anno di nascita della Dogana della Mena delle Pecore di
Foggia, la singolare istituzione che condizionò per quattro secoli
tutta la "Puglia piana" e il territorio che dall'Abruzzo si
estendeva fino alla terra di Bari, comprendendo anche le provincie
viciniori molisane, irpine, basilische e campane.
Tale istituzione codificò, in un rigido sistema amministrativo,
giudiziario e fiscale, l’economia di tale territorio, costituendo,
per l’enormità della estensione, il potere dei governanti - i
Doganieri -, la ricchezza amministrata, sia fiscale che mercantile,
un vero e proprio regno nel Regno, con peculiari caratteristiche
tali da poterla considerare unica nella storia d’Italia e d’Europa.
Il 1° agosto infatti, Alfonso d'Aragona, vinta ogni resistenza nella
ventennale guerra che lo aveva opposto agli Angioni, instaura la sua
dinastia nel Regno di Napoli e inizia il consolidamento della sua
Monarchia e, per questo, lo sfruttamento della pastorizia
abruzzese-pugliese, per farne uno dei cespiti fiscali più ricchi del
Regno.
Nacque così quella che è stata definita l'industria regia delle
pecore che non tardò a divenire, oltre che ricca fonte fiscale, un
pilastro politico delle monarchie che si succedettero nel Regno,
Aragonesi, Spagnoli, Austriaci e Borbone, il cui mantenimento e
conservazione fu considerato un punto di riferimento costante del
potere politico centrale dell’”ancien regime” contro ogni forma di
rinnovamento e cambiamento, postulato da economisti ed innovatori, e
che sacrificò per quattro secoli alla “ragion di stato”, elites
politiche e culturali, imprese private, allevatori, pastori,
agricoltori e contadini, e tutto questo in nome della “Ragion
Pastorale”, per dirla con il ben noto testo sulle vicende doganali,
scritto nel 1731 da Stefano De Stefano che lavorò più di trent'anni
come giudice doganale a Foggia e fu poi Presidente della Dogana.
L'istituzione della Dogana ha posto alcuni problemi storiografici ai
quali ci pare opportuno accennare.
Il primo riguarda la questione se tale istituto sia nato dal “genio”
di Alfonso, improvvisamente, come Minerva dal cervello di Giove o se
il Sovrano si sia ispirato alla lunga storia e tradizione
dell'allevamento pastorale in Capitanata o, ancora, lui spagnolo,
dall'analoga organizzazione della transumanza in Spagna e cioè dalla
Mesta.
Tale questione, a mio avviso, non esiste, perché come ho già scritto
altrove, non c’è una “nascita” della Dogana.
Lo aveva già notato il Braudel a proposito della Mesta spagnola
asserendo che “il sistema della transumanza... è comprensibile
soltanto alla luce di una lunga evoluzione anteriore”.
E pertanto il problema della “origine” va visto storicamente, non
nella sola ricerca di una “vocazione” ab aeterno del Tavoliere di
Puglia alla pastorizia (con i dotti richiami a Varrone, Culumella
etc.) ma in quel concorso di circostanze storiche, per le quali si
venne a costruire quella enorme struttura che impose alla Puglia e
all'Abruzzo un regime che avrebbe dominato la sua esistenza per i
secoli futuri.
Quanto al paragone con la Mesta spagnola, riporto le conclusioni del
mio saggio citato, e nel quale ho evidenziato che nessun rapporto,
nessuna somiglianza lega le due istituzioni della Mesta di Castiglia
e della Dogana di Puglia e che le differenze fra i due sistemi sono
così profonde che i riferimenti fatti in passato dagli storici e
dagli economisti devono essere stati fatti solo per un accostamento
superficiale e perché interessavano il comune fenomeno della
transumanza.
Certamente Alfonso d'Aragona, spagnolo (anzi, castigliano più che
aragonese, perché figlio di un principe castigliano e allevato alla
corte di Enrico III era ben a conoscenza di quella che era la Mesta
castigliana e il suo sistema organizzativo, ma egli non poté o non
volle applicare tale sistema alla Dogana di Puglia.
Glielo vietavano le condizioni storiche ed ambientali, le
consuetudini già esistenti della transumanza pugliese - da quella
romana a quella angioma - e soprattutto la volontà decisa di dare al
suo Regno una fonte fiscale di straordinaria rilevanza, una miniera
d'oro da tenere in pugno con leggi severe e funzionari di stretta
osservanza.
E così “La potente Dogana di Foggia assunse allora, in pratica, il
controllo della intera economia della provincia di Capitanata. La
sua ottica era, però, la più aliena dagli interessi locali in quanto
volta, da un lato, essenzialmente all'incremento del fisco regio e,
dall'altro, a favorire gli allevatori (quasi esclusivamente
forestieri) dai quali il fisco attendeva le sue entrate. Dal
protrarsi per alcuni secoli di un regime reso più rigido dagli
stessi progressi della pubblica amministrazione di cui si avvale lo
Stato moderno, sarebbero poi derivati alcuni dei più gravi ostacoli
allo sviluppo della Capitanata, quando altre condizioni lo resero
possibile”.
Altro problema, già accennato dal lavoro di Muscio e Altobella è
quello che attiene alla c.d. “vocazione pastorale” della Capitanata,
un problema che, specie alla luce degli ultimi 50 anni di storia
agricola del Tavoliere, possiamo affermare sia stato spesso
all'origine di tanti errori storici e di conflitti delle vicende
della Capitanata.
In realtà la “scelta” pastorale fatta da Alfonso d'Aragona fu dovuta
a quel concorso, come già detto, di circostanze storiche, a quel
contesto di situazioni - dallo spopolamento della Capitanata a
seguito delle guerre che resero impossibili le coltivazioni, al
bisogno di entrate fiscali, all'esempio “redditizio” della Mesta
spagnola, alle richieste di lana delle città tessili italiane, alla
tradizione spagnola favorevole alla pastorizia - senza le quali
l'istituzione doganale non sarebbe stata né conveniente né
possibile.
Certo è che essa modificò in pochi decenni radicalmente quella che
possiamo chiamare la “filosofia” sul territorio della Capitanata non
solo in senso agronomico ma culturale, e tutto fu sacrificato a tale
scelta.
C'è infine il problema della “longevità” della istituzione, ben
trecentocinquanta anni cioè di una struttura, che sopravvisse a
mutamenti di governi, guerre, calamità naturali, carestie, difficili
congiunture economiche, tensioni interne e lotte feroci per
interessi contrastanti etc. etc.
Una spiegazione valida ci viene data da John Marino che asserisce
quella “longevità” essere scaturita dal Buon Governo (rifacendosi al
noto titolo di uno scrittore della Dogana del XVII sec., il Gaudiani)
che assicurò il mantenimento dell'istituzione Doganale per l'opera
mediatrice dei governanti, - da Alfonso d'Aragona a Ferdinando il
Cattolico, da Filippo II a Carlo di Borbone - che garantirono, in
definitiva, un sistema che offriva giustizia e legalità in un mondo
di soprusi feudali e di poteri ecclesiastici, una sicura tutela del
mondo pastorale ed agricolo e questo da parte di una forte autorità
politica centrale.
Un'ipotesi abbiamo detto valida, certamente per tutte le Dogane
armentizie, ma tutta da verificare per la Dogana di Foggia e che
contrasta con la realtà e le vicende difficili, tumultuose, spesso
drammatiche, della sua storia.
Né buongoverno, né malgoverno (termine opposto caro a certa
storiografia) ma solo un “lungo” governo, chiuso, intoccabile.
Comunque la discussione è aperta.
Non possiamo tuttavia chiudere queste note riguardanti la storia
dell'istituzione doganale senza accennare al capitolo importante che
è quello dell'opposizione, che spesso divenne ostilità e avversione,
all'esistenza della Dogana.
Ci riferiamo non soltanto ai riformatori settecenteschi, agli
economisti illuministi - dal Galiani al Cimaglia, al Palmieri al
Filangieri, al Galanti - tutti decisi oppositori della Dogana,
considerata da loro una barbarica istituzione, ma al ceto agrario,
ai gruppi mercantili, agli allevatori “poveri” contro i “mas
poderosos”, padroni dei pascoli più ricchi, ai giuristi che si
opponevano allo strapotere del Tribunale speciale, agli oppositori
della corrotta burocrazia doganale.
La storia della Dogana è fatta anche di conflitti di classe, di
feroce antagonismo fra allevatori e agricoltori, fra riformatori e
conservatori, fra produttori e commercianti, fra piccoli e medi
proprietari, senza contare l'opposizione “politica” (basta pensare
alla rivolta a Foggia di Sabato Pastore con Masaniello e alla Foggia
“giacobina” nel 1799).
2. La Dogana
delle Pecore e la Capitanata
L'istituzione della Dogana creò un impatto profondo e duraturo sulla
Capitanata, condizionando e modellando non solo il territorio ma la
popolazione e la società civile, rendendo stabile e permanente -
sotto il rigido controllo dello Stato - quel fenomeno storico della
transumanza, comune a tanti paesi del Bacino del Mediterraneo (sul
quale scrisse pagine famose il Braudel) con i suoi tratturi, ed i
pastori, con le loro consuetudini, religiosità e costumanze che
hanno fatto parlare di “civiltà pastorale”, ed ispirato scrittori,
poeti ed artisti.
Sotto la spinta di tale istituzione venne a configurarsi tutto il
“paesaggio agrario” della Capitanata nei secoli XVI - XVII - XVIII,
da Camillo Porzio, nel 1580, così descritto nella sua relazione al
Viceré spagnolo a Napoli, Marchese di Montejar “È provincia assai
giovevole alle altre del Regno ma in quanto a sé la più inutile che
vi sia perché malissimo abitata di non buona area, priva di alberi e
di legna, poverissima d'acqua”.
Tale è, infatti, in quegli anni, la immensa pianura del Tavoliere,
piatta e desolata - per il forzato obbligo di destinare le terre al
pascolo delle sterminate mandrie di ovini che in autunno scendevano
dall'Abruzzo e dal Molise, priva di insediamenti rurali e contadini,
per il divieto di inseminare le terre, di costruire case rurali e
stabulari, di creare muri di contenimento che ostacolassero i
pascoli, di piantare alberi... - e che diedero al Tavoliere di
Puglia quell'aspetto che il Galiani nel '700, definiva simile “al
deserto africano o alla barbara Tartaria”.
Centro dell'istituzione doganale fu certamente - dopo un breve
periodo iniziale nel quale la Dogana ebbe sede a Lucera (1468) -
Foggia, che divenne la prima città del Regno, subito dopo Napoli,
per popolazione e importanza economica e per valenza amministrativa
e giudiziaria, ancora oggi rimarchevole in alcuni dei suoi
monumenti, il Palazzo della Dogana, il seicentesco Epitaffio
(purtroppo in rovina e devastato dalla deformazione ambientale),
punto di arrivo dei grandi tratturi, il Piano della Croce, la Fiera.
Ruolo determinante ebbe poi il potere giudiziario con il Foro
privilegiato della Dogana in quanto l'istituzione doganale aveva
sancito la giurisdizionalità ditale Foro su tutti coloro i quali nel
Regno esercitavano la pastorizia o erano interessati all'industria
armentizia e facendo di Foggia una delle più importanti sedi
giudiziarie del Regno.
3.
L'organizzazione Doganale
La struttura amministrativa e giurisdizionale della Dogana delle
Pecore di Foggia, fu organizzata, nei secoli del suo funzionamento,
come una “macchina" destinata a regolare, con norme precise ed
efficaci, tutto il complesso mondo della pastorizia che faceva capo
ad essa.
Una “macchina” burocratica, con una struttura piramidale e
gerarchica, che rispondeva al potere centrale a Napoli - la Regia
Camera della Sommaria - quando la stessa non funzionava secondo i
desiderata che riguardavano essenzialmente la produttività e gli
interessi del fisco.
Alla testa c'era il Doganiere, di nomina regia, nel quale si
raccoglievano tutti i poteri amministrativi e giurisdizionali.
Non c'era nel Regno magistrato di più ampia autorità,
particolarmente sentita nella città di Foggia, anche nei confronti
dei Reggimentari (i pubblici amministratori).
Già al Monteluber, il primo Doganiere, fu riconosciuto il “mero et
mixto imperio ac potestate gladii” cioè la piena giurisdizione
civile e militare. Il Doganiere era anche il Presidente del
Tribunale della Dogana.
Compiti del Doganiere erano la “professazione” (la conta) degli
animali, la distribuzione dei pascoli e degli erbaggi, l'esazione
della “fida” (le tasse sui pascoli) e la cura perché tutti i momenti
della transumanza, e i commerci durante la Fiera funzionassero nel
migliore dei modi.
Altri funzionari della Dogana erano l'Uditore, giudice di tutte le
cause doganali e il Credenziere, di nomina Regia, procuratore del
fisco ed esattore della “fida”, che era di fatto, come veniva
appellato, una “spia del Re”, messo a quel posto a controllare le
operazioni del primo, il quale, appunto per questo, entrò spesso in
contrasto con il Doganiere.
Funzionari minori erano ancora il “Percettore” (cassiere ed
economo), che rivestiva un ruolo importantissimo poiché gestiva
tutte le entrate della Dogana; il “Mastrodatti”, (Segretario del
Doganiere e conservatore degli atti e dell'Archivio), i “Cavallari”,
addetti all'assistenza dei pastori e sorveglianti del buon andamento
di tutta la Dogana, che, di fatto, dovevano essere gli “occhi” del
Doganiere; ed ancora lo scrivano delle “terre salde”, lo scrivano
delle “passate”, luogotenenti, ed un immenso sciame di subalterni ed
addetti agli uffici.
Il Tribunale della Dogana aveva poi un proprio organico oltre
l'Uditore e l'Avvocato fiscale, quale l'Avvocato dei Poveri, e vari
giudici togati.
Altri personaggi autorevoli nella gestione della Dogana erano i
Compassatori, o Regi Agrimensori, che curavano la misurazione dei
terreni della Dogana, e i Pesatori di lana.
Questa, dei Pesatori, riguardava una delle funzioni più importanti
della Dogana.
Essi, riuniti in “paranze”, erano eletti dagli allevatori e l'eletto
poteva durare in carica tutta la vita e doveva riscuotere la fiducia
sia da parte degli allevatori che della pubblica autorità.
Compito dei pesatori era quello di procedere alla pesa e
all'imballaggio della lana prodotta che veniva rinchiusa in grossi
sacchi – “balloni” - che venivano infondacati nei capaci magazzini
della città ancora oggi esistenti.
Tutta la produzione laniera verificata dai pesatori era calcolata in
rubbi che equivalevano a kg. 8,91.
Questo dunque il personale della Dogana che gestiva tutto il
territorio ad essa affidato che comprendeva sia i terreni a pascolo
del Tavoliere di Puglia che altri, ubicati in terra di Bari, in
Basilicata e in Abruzzo, questi ultimi amministrati dalla Doganella
di Abruzzo, diretta da un Luogotenente della Dogana.
Accanto a tali strutture “ufficiali”, operava anche - e rivestiva
altrettanta importanza - una organizzazione parallela quella della
“generalità dei pastori” volta a salvaguardare gli interessi degli
allevatori, con a capo tre sindaci o deputati, con il compito,
appunto, di tutelare la pastorizia nei molteplici rapporti sia con
la Dogana che con i terzi.
Tutta la superficie amministrata della Dogana era divisa in un certo
numero di dipartimenti detti locazioni, (per cui i proprietari delle
greggi erano detti ”locati”) divise a loro volta in poste.
Le locazioni maggiori erano 23, di diverso valore dato dalla qualità
dei pascoli. In genere le locazioni erano occupate dalle stesse
“nazioni” o paesi di provenienza: ad esempio la locazione di
Candelaro dal Comune di Roccaraso, quella di Castiglione da Lucoli,
Sant'Andrea da Pescocostanzo etc. etc.
Per ogni locazione era stabilito il numero di pecore che essa poteva
accogliere.
Le “poste” erano molto più numerose (da 350 a 500) e di minori
dimensioni. Anche esse erano assegnate per lo più agli stessi
“locati”.
Tuttavia, tutto il sistema delle concessioni dei pascoli dava luogo
a favoritismi, illeciti, alla corruzione degli ufficiali della
Dogana creando conflitti fra ricchi e titolati proprietari di gregge
e i pastori più poveri.
Come si è detto non tutto il Tavoliere era destinato alla pastorizia
ed infatti una parte del territorio era riservato alla coltura
agricola, in genere alla cerealicoltura.
Erano le terre di “portata” con le loro masserie che venivano
seminate col sistema a rotazione le quali durante il riposo
ritornavano al pascolo e quindi sotto il potere doganale.
Un capitolo importante pertanto delle vicende della Dogana è quello
riguardante i rapporti fra agricoltura e pastorizia, una storia
lunga, difficile che vide prevalere, nell'uso dei terreni, ora l'una
ora l'altra parte.
Possiamo comunque dire che il rapporto pascolo-coltivazioni era di
60% al pascolo e 40% a uso agricolo; un rapporto che spesso si
modificò a favore dell'agricoltura (52% a 48% nel 1700) ma che, a
causa della rotazione biennale, e della porzione di terre destinate
al pascolo bovino, rimase sempre a favore della pastorizia.
4 La
pastorizia transumante fra Abruzzo e Capitanata (il patrimonio ovino
-le razze ovine - le vie erbose - le stagioni pastoriali)
Sul fenomeno della pastorizia transumante sono stati scritti molti
volumi di notevole valore storiografico: rinviamo per tutti a quello
classico del Braudel.
Quella che ci riguarda è una particolare forma di transumanza che si
riferisce solo ad un tipo di allevamento, quello ovino e la cui
migrazione è a carattere stagionale.
Due sono le nazioni mediterranee nel quale tale fenomeno ha assunto
maggiore rilevanza storica ed economica: la Spagna con la sua Mesta
e l'Italia Meridionale con la sua Dogana.
In Spagna, dopo la cacciata dei Mori dalle pianure meridionali dell'Estremadura
e della Mancia, gli allevatori settentrionali provenienti dalle
montagne della Galizia, delle Asturie, del Leon e della Castiglia,
intorno al 1150, iniziarono i loro spostamenti autunnali di pecore
alla ricerca di pascoli invernali.
In Italia meridionale sul versante Adriatico della penisola, dalle
montagne degli Abruzzi e del Molise gli allevatori presero a
scendere verso la “Puglia Piana”, il Tavoliere di Foggia, con i loro
greggi.
In Spagna come in Italia meridionale, tale migrazione di pastori
diede vita a un sistema di vita, unico e caratteristico che ha
configurato il loro territorio dalle lontane origini preistoriche
fino a ieri.
Le lunghe vie erbose
Le greggi transumanti, che comprendevano milioni di pecore, avevano
bisogno di strade ampie e protette, con sicuri riposi, per le soste
notturne (il viaggio durava da 4 a 6 settimane).
Tali strade erano chiamate tratturi ed erano larghe 60 passi
napoletani (uguali a 111 metri), molto ampie, come si vede, e la cui
larghezza nasceva da una esigenza pratica: le greggi, ben divise per
proprietà e in considerazione del numero, non potevano che marciare
affiancate.
Queste vie erbose fra l'Abruzzo, il Molise e la Capitanata si può
dire siano sempre esistite, ma furono ufficialmente istituite, con
tutte le loro regole e discipline, agli inizi del 1500.
I principali tratturi lunghi oltre 200 Km. erano tre:
L'Aquila-Foggia, il più importante, detto il tratturo del Re che era
lungo 243 Km.; il Celano-Sulmona-Foggia, il Pescasseroli-Castel di
Sangro-Foggia, i quali percorrevano strade diverse per giungere nel
Tavoliere, ma di fatto ne esistevano molti altri di raccordo, i
cc.dd. “tratturelli” e “bracci” che si collegavano ai tratturi
maggiori.
Lungo i tratturi era proibito sconfinare, seminare, piantare alberi
o porre ostacoli. Anche se passavano attraverso proprietà private
erano esentati da tasse ed angherie.
Come si vede si trattava di una vera e propria rete stradale di
oltre 3mila Km. che attraversava ben 13 province interessate alla
transumanza.
Particolare rilevanza nella struttura della viabilità tratturale
avevano i cc. dd. “riposi” cioè le aree destinate a far riposare e
pascolare le greggi transumanti nel loro cammino fino al Tavoliere.
Essi erano numerosi lungo i tratturi e le pecore in transito
potevano fermarsi per 24 ore.
Ma i più importanti erano i “riposi generali” che erano destinati ad
ospitare tutte le greggi prima di entrare nelle “locazioni” nei
pascoli cioè loro assegnati, sotto la guida degli ufficiali della
Dogana, cavallari e postaioli, per non creare disordini e
contestazioni.
Tali “riposi generali”
erano tre: quello del Saccione, lungo la costa Abruzzese al nord
della Capitanata, nel terreno fra il Fortore, il Trigno e il Sangro,
il più esteso; poi quello della Murgia, fra Andria e Corato a Sud e
quello del Gargano nella zona di Apricena.
Anche l'entrata delle greggi nel Tavoliere avveniva attraverso passi
ben stabiliti (essi erano 7 e cioè Guglionesi, Ponterotto, Motta,
Biccari, Ascoli, Meffi e Spinazzola) ove erano controllati ai fini
fiscali.
La storia della viabilità tratturale è una storia complessa che ha
interessato oltre agli storici, antropologi, scrittori e poeti,
basti pensare a D'Annunzio.
Ed infatti la migrazione ricorrente, due volte l'anno, di queste
immense greggi, accompagnate da grandi “famiglie” di pastori, di
butteri, di “quatrari”, con carovane di muli, asini, cavalli, cani
da pastore, attrezzature per vivere sei mesi lontano da casa, pali e
reti per gli stazzi, per accamparsi, doveva essere uno spettacolo
certamente suggestivo ed imponente.
Su tutti, il pastore, nella sua “divisa” - il giubbone di pelle di
manzo, il “buzzone”, i gambali di pelle di agnello e la “manta”, la
coperta di grossa lana, con il cappello a cono ed in mano il
caratteristico uncino, ornato ed intagliato - con le sue antiche
costumanze e tradizioni patriarcali, la sua religiosità popolare, la
devozione e il culto di Santi le cui festività servivano a calcolare
il tempo (San Michele Arcangelo - che uccide il serpente, nemico del
pastore - la Madonna dell'Incoronata) e che davano inizio alla
stagione e segnavano il ritorno in Abruzzo, i suoi canti, tutto
quello insomma che forma quella che è stata definita la civiltà del
tratturo rimasta intatta per secoli, una cultura con caratteristiche
uniche e singolari nella storia del nostro paese, basata
sull'emigrazione dalla montagna alla pianura, attraverso valli e
fiumi, sui litorali marini, negli spazi aperti, fino alla pianura
sterminata e disabitata.
Tutto questo mondo era anch'esso organizzato con rigide gerarchie e
precise mansioni.
A capo il “massaro” uomo di fiducia del proprietario; sotto di lui
“il sottomassaro" o caciaro incaricato della mungitura e della
fabbrica dei formaggi; il capo buttero addetto al vettovagliamento e
alla vendita delle produzioni ovine; i butteri addetti al bestiame
“grosso” (cavalli, muli, asini, buoi).
C'erano poi i pastori divisi in categorie: gli scortellari (addetti
alle pecore gravide), i carosatori (per la tosa), il buttericchio,
il quatraro (ragazzo che aiutava tutti, ultimo della gerarchia).
Accanto a questo personale stabile ecco poi il variopinto mondo che
viveva ai margini: i fiscellari (che facevano i contenitori dei
formaggi e delle ricotte), il sorciaro (contro i topi), il luparo
(contro i lupi), i ferrai, bastai, il “bassettiere" che acquistava
le bassette, le pelli cioè delle pecore e degli agnelli macellati ed
infine pifferai e zampognari così cari alla nostra tradizione.
Ci pare comunque necessario sottolineare l'opportunità di non
indulgere in una immagine oleografica del pastore e ricordare la sua
difficile esistenza, costretto a vivere isolato, lontano dai centri
abitati, con l'ostilità dei “cittadini” e degli abitanti le
masserie, considerato ignorante, primitivo e sempliciotto e che la
sua vita si svolgeva per buona parte dell'anno nelle “lunghe vie
erbose”, che erano spesso sentieri polverosi e fangosi, e nella
desolata pianura del Tavoliere, con la sicura possibilità di restare
vittima di stenti e della malaria tanto che il Manicone chiamava la
Puglia “il sepolcro degli abruzzesi”.
Il patrimonio ovino
Il patrimonio ovino che operava nelle terre della Dogana, con i suoi
privilegi, diritti e criteri, era assai cospicuo.
L’”esercito” di pecore che venivano a pascolare nel Tavoliere era
immenso. Si calcola che esso oscillasse da un milione e mezzo a due
milioni di capi.
Da documenti archivistici che fanno riferimento alle entrate fiscali
si ha notizia anche di presenze maggiori; nell'anno 1580, ad
esempio, sotto il Governo del Doganiere Fabrizio Di Sandro, si parla
di 4.250.000 pecore con un introito di 450.000 ducati ed
analogamente nel 1604 di 5.500.000 pecore con un introito di circa
300.000 ducati.
Si trattava di veri ducati ma di pecore inesistenti in quanto i
terreni a pascolo non avrebbero potuto contenere così gran numero di
animali.
Ciò era dovuto alla finzione praticata dagli allevatori di
dichiarare un maggior numero di pecore - e di pagarne la tassa -
per avere più pascoli a disposizione, la qual cosa conveniva anche
alla Dogana. La finzione contabile definiva tali pecore “pecore in
aerea”: e cioè pecore in aria.
Comunque dopo la Mesta Spagnola che poteva contare su 3 milioni di
capi quella del Tavoliere era la più grossa concentrazione pastorale
dell'Europa mediterranea…
…Le
stagioni pastorali
Il calendario delle emigrazioni delle greggi transumanti
corrispondeva al ciclo agricolo. Le greggi si muovevano
dall'alpeggio estivo prima delle piogge, all'inizio dell'autunno
(“settembre, andiamo, è tempo di migrare...”).
L'anno pastorale pertanto durava da settembre ad aprile e i pastori
potevano tornare in Abruzzo solo dopo aver venduto la lana e gli
altri prodotti dell'allevamento e proceduto al pagamento della
“fida”, tanto è vero che era proibito tornare in patria con gli
animali “lanuti”.
Le greggi partite il 15 settembre dovevano giungere al Fortore entro
i primi di novembre ed entrare gradualmente nelle “locazioni” a loro
destinate entro il 25 novembre giorno di Santa Caterina.
Analogamente il ritorno ai pascoli estivi doveva aver luogo dal 25
marzo all'8 maggio.
Tutto il movimento delle greggi era regolamentato con norme precise
affinché la “macchina” pastorale potesse muoversi e funzionare in
maniera precisa.
5. Sistemi di
allevamento
Il mondo della pastorizia transumante era un mondo chiuso, di tempi
lunghissimi, di cicli sempre uguali, segnati dall'evolversi delle
stagioni, in “paesaggi" e spazi immobili - montagna, pianura -, in
cui operava un particolare tipo di individuo, il pastore, oggi
scomparso, che faceva parte di una struttura sociale anch'essa fissa
e consuetudinaria, sulla cui vita quotidiana andrebbero scritte
pagine meno “georgiche”.
È ovvio pertanto che le tecniche di allevamento non potevano che
essere sempre uguali e fisse e sulle quali crediamo opportuno fare
una breve disamina anche allo scopo di paragonare quelle antiche
tecniche a quelle odierne.
I pascoli
Uno dei problemi più importanti dell'allevamento ovino era
quello dell'alimentazione del bestiame che era naturalmente quello
proveniente dai pascoli naturali.
Le terre al pascolo del Tavoliere non erano affatto uniformi anzi
erano variegate al massimo, per la presenza di terreni più ricchi di
pastura, meno acquitrinosi e quindi più ambiti dagli allevatori,
contro quelle “poste” il cui terreno era pieno di radici, arbusti e
piante spontanee spinose, che erano dette “frattose”.
Per cui il fitto, la locazione dei terreni, scatenava una
concorrenza, una grande conflittualità per la conquista delle
“locazioni” non solo con i migliori erbaggi ma per quelle collocate
in terreni in declivo, che consentivano il flusso delle acque e la
più facile costruzione dei provvisori ricoveri - i cc.dd.
“scariazzi” - per il riposo delle greggi.
Fra le “locazioni” le migliori erano considerate quella di Rignano,
che occupava i terreni attorno al Candelaro e quella di Orta, nella
zona fra Orta Nova, Stornara e Cerignola, la peggiore quella di
Canosa.
Quanto alla loro validità, visti con l'occhio odierno i pascoli del
Tavoliere non erano certamente ottimali.
Lasciate a se stesse le immense pianure erano per lo più contaminate
da acque stagnanti e quindi anche da erbe palustri (giunchi, canne,
ferule...).
La maggior parte delle erbe erano poco adatte o inutili per le
greggi (saponaria, convolvo, bosso, corniolo...) o addirittura
velenose (il lupino, la cicuta, i ranuncoli, la segala cornuta). Le
erbe più abbondanti erano la medica, la cicoria, il cardoncello, la
gramigna...
Le tecniche di
allevamento
L'allevamento del tempo avveniva per gruppi di 200-250 pecore che
era considerato ottimale e che aveva una struttura organizzativa
unica.
Il problema principale era quello di mantenere sempre dello stesso
numero e in equilibrio tale gregge. L'arco biologico dell'esistenza
della specie, che oggi è di circa 13 anni, a quel tempo superava
raramente gli 8 anni, una longevità alquanto bassa, per quanto
riguarda la fertilità, le pecore rimanevano fertili dal 18esimo mese
fino al 7imo anno, ma raggiungevano la prima età riproduttiva a 3
anni. Per ogni gregge di 200 pecore si tenevano 10 montoni, che in
teoria, potevano ingravidare da 15 a 20 pecore l'anno, che a loro
volta poteva sopportare gravidanze di uno o due agnelli, ma in
pratica il rapporto era di circa 0,5 agnello per pecora, un tasso di
fertilità anch'esso molto basso anche per il fatto che gli
accoppiamenti erano lasciati alla natura. Con tale produzione gli
allevatori tentavano di avere la migliore produzione di lana, carne
e formaggio con la certezza che le greggi invecchiassero in modo
uniforme, sostituendo le pecore giovani, di meno di 4 anni, a quelle
invecchiate di 7 anni. In tal modo il gregge veniva ringiovanito
costantemente.
Il periodo di gestazione era di 5 mesi fino a 140-160 gg. La
riproduzione delle pecore era dunque limitata a due stagioni
immediatamente prima e dopo la transumanza, in primavera e in
autunno.
Le pecore che concepivano a settembre, prima che lasciassero il
pascolo estivo, davano alla luce gli agnelli a fine febbraio,
agnelli che erano tutti macellati data la scarsità di nutrimento
invernale. Le pecore messe incinte a novembre partorivano gli
agnelli alla fine di marzo e aprile giusto in tempo per la fiera di
Foggia. Le pecore che concepivano alla fine di marzo producevano gli
agnelli “primaticci” che nascevano nei pascoli estivi abruzzesi ed
erano commercializzati alle fiere di Lanciano, Aquila e Tagliacozzo.
Un diffuso sistema considerato essenziale per la buona crescita
degli armenti e per proteggerli dalle malattie era quella di
somministrare loro notevoli quantità di sale. Tale era l'importanza
di questo sistema che della distribuzione se ne occupava la stessa
Dogana - con vantaggio cospicuo da parte dell'Arredamento delle
saline di Puglia (Barletta) -, la quale si incaricava di distribuire
ai pastori a prezzo conveniente la quantità di sale necessaria alle
loro greggi che era valutata in 2 tomoli di sale per ogni cento
pecore al prezzo di circa 40 grani a tomolo, un debito comunque per
gli allevatori da pagarsi insieme alla fida.
Queste dunque le principali caratteristiche sull'allevamento ovino
del tempo.
Sulle tecniche c'è da sottolineare il fatto che le consuetudini
secolari e molti pregiudizi erano spesso motivo di rifiuto di ogni
innovazione.
Per esempio un luogo comune assai diffuso era quello che
l'accoppiamento coi merinos portava... all'aborto.
Anche per gli stazzi c'erano convinzioni radicate: ad esempio, che
gli escrementi non andavano tolti e pertanto le pecore potessero
giacere su strami di letame indurito, l'ostilità per la ventilazione
dei ricoveri (nemico della pecora è il vento) le rastrelliere (la
pecora mangia a terra), che la coda andava tagliata etc. etc. Anche
assai discutibili, se guardiamo con occhi moderni, le tecniche della
lavorazione del latte.
La
tosatura
Il momento più importante era quello della tosatura che aveva luogo
in aprile. Le greggi venivano condotte in zone con corsi d'acqua
dove erano lavate dopodiché si procedeva alla tosatura.
La tecnica per la tosa, effettuata da specializzati “carosatori”,
una delle professioni tipiche del mondo pastorale; dopo aver
abbandonato il primitivo e barbaro sistema di svellere, di strappare
la lana dalla pelle della pecora, avveniva mediante lunghe forbici
che causavano spesso ferite sulla pelle degli animali che venivano
cauterizzate con pece.
La tosatura si svolgeva come una festa accompagnata come era, da
canti, balli, libagioni…
…6.
La produzione: lane, formaggi, carni, pelli
L'allevamento ovino diede vita ad una grande industria dei prodotti
della pastorizia: la lana, i formaggi, le carni, le pelli che,
commercializzate, la maggior parte in occasione della Fiera di
Foggia, furono fonte di un imponente, per i tempi, movimento
economico.
Naturalmente tale produzione ebbe, nel lungo periodo, momenti
diversi di contrazione ed espansione, dovuto a vari motivi: a cause
naturali con le epizozie, le fluttuazioni climatiche, le pestilenze,
le carestie, le angherie baronali, guerre... e a cause economiche,
quali difficili congiunture non solo nel Regno ma europee, le crisi
laniere, cadute di prezzi, che erano assai frequenti tanto da poter
dire che la storia economica della Dogana è la storia delle sue
ricorrenti crisi.
Va tenuto presente inoltre che tale produzione era legata alla
commercializzazione dei prodotti per cui le sue vicende sono
strettamente correlate all'andamento dei mercati, alla loro domanda
e offerta.
Questo era particolarmente importante per il mercato laniero. Ci
sono stati dei momenti infatti in cui la lana di Foggia godette di
un mercato assai favorevole - durante la guerra dei cento anni - che
tagliò fuori la lana inglese dai mercati europei. Altro periodo
favorevole fu alla fine del 1500 durante il quale la lana abruzzese
era considerata fra le migliori d'Europa e si può dire che
l'industria dei panni fiorentina e veneziana vivesse sulla
produzione acquistata sul mercato della Fiera di Foggia.
Una stagnazione della domanda si ebbe nel 600 durante il periodo
spagnolo, a causa delle ripetute guerre intraprese dalla Spagna e
dalla concorrenza del basso prezzo della lana castigliana.
Tipi di lana
Il punto di forza della produzione ovina era naturalmente la lana.
Diversi erano i tipi di lana prodotti. Innanzi tutto la lana
“maiorina” o maggiolina che formava la maggior parte della
produzione, l'85% circa. Si trattava di lana bianca fine prodotta
dalla Gentile che trovava un ottimo mercato.
C'era poi la lana “agostina”, che nasceva dalle pecore tosate in
estate in Abruzzo e non commercializzata a Foggia, di minor valore e
la lana “agnellina" prodotta dagli agnelli.
Accanto a questi tre tipi di lana di maggior pregio c'era la
produzione di minor valore: la lana “nera” proveniente dalle altre
razze allevate, la Moscia e la Carapellese, meno remunerative e che
avevano uno specifico mercato interno per i panni ruvidi e i
materassi.
E infine la “castratina”, “matricina” (prodotta dalle pecore
infeconde), la lana “sboglia” (proveniente dalla tosatura delle
estremità dei corpi delle pecore).
La produzione
Per quanto attiene alla produzione laniera e alla sua
commercializzazione, nel corso dei vari secoli siamo in grado di
avere un quadro preciso tramite i documenti dell'Archivio di Stato
di Foggia e ciò a causa dell'obbligo di vendere tutto il prodotto
tramite la Fiera.
Tutta la produzione era infatti registrata dai Regi Pesatori che
indicavano con precisione qualità e quantità di lana, proprietà,
acquirenti. Sulla base di tali registrazioni diamo rapidi cenni
della produzione naturalmente, per grandi periodi ed epoche.
Per il ‘400 e ‘500 mancano dati precisi che cominciano ad esserci
col secolo XVII. Tuttavia sappiamo che la desertificazione del
Tavoliere, la mancanza di concorrenza da parte dei coltivatori e
quindi la ricca disponibilità dei pascoli favorirono la pastorizia e
la produzione laniera.
Essa si aggirava mediamente sui quaranta, cinquantamila rubbi, dai
quali si ebbe comunque un ottimo ricavato per la fortunata
congiuntura e l'ottimo mercato che aveva la lana foggiana del quale
si è già detto.
Nel ‘600 - il tragico secolo XVII - la produzione laniera fu, in
generale al di sotto degli anni precedenti e visse alterne vicende,
negative con una fonte di diminuzione di vendite e di prezzi a causa
delle difficoltà di mercato e per la pessima amministrazione vice
reale spagnola (alla ricerca di denaro per le guerre di Fiandra, la
guerra dei trent'anni) il momento di maggior crisi del sistema
doganale (la carica di Doganiere veniva venduta) l'imperversante
banditismo le rivoluzioni (Masaniello), le pestilenze (la grande
peste del 1656), ma anche positive con annate abbastanza favorevoli
dopo il 1665.
I capi di bestiame ovino, presenti nel Tavoliere si ridussero da 2
milioni alla fine del ‘500 a 6OOmila nel 1635. Comunque la
produzione laniera si aggirò mediamente sui 60.000 rubbi per
giungere alla fine del ‘600 a 81.645.
Il ‘700, cessato il difficile periodo vicereale spagnolo e
subentrato ad esso quello austriaco e poi dei Borbone, fu un secolo
di forte crescita economica per la Capitanata e Foggia anche se
segnato da due grandi catastrofi, lo spaventoso terremoto del 1731 a
Foggia e la carestia e la moria avvenute in tutta la Capitanata nel
famoso anno “della fame” il 1764.
La produzione ovina rileva un netto salto di qualità e quantità. Dai
documenti dell'Archivio di Stato si è in grado di documentare tale
produzione in maniera precisa anno per anno. La media si aggirò
sugli 80.000 rubbi, vale a dire il prodotto laniero di oltre un
milione di capi, la maggior parte di lana fine, bianca. Negli anni
dal 41 al 44 e dal 49 al 51, dal 57 al 59 si ebbe una produzione di
oltre 13Omila rubbi con punte di oltre 1OOmila rubbi nel 1780-85.
Il valore di mercato raggiunto da tale produzione fu certamente
notevole tenuto conto che la lana veniva venduta a prezzi da 35 a 40
ducati a rubbio con punte fino a 50 ducati, per cui l'entrata del
mercato laniero raggiunse in quegli anni la cospicua cifra di oltre
4OOmila ducati.
Tale produzione laniera rimase stabile anche nella prima metà
dell'800 anche se la concorrenza delle lane extra-europee fece
svalutare la produzione foggiana e crollare i prezzi.
La produzione di
formaggi
Il secondo prodotto della produzione ovina era quello dei formaggi
o, come si diceva allora, dei caci.
Si trattava di una produzione notevole, specie se si tiene conto
della scarsa attitudine lattiera della Gentile, che proveniva dal
latte prodotto da oltre un milione di pecore e che veniva
commerciato in prodotti freschi (ricotte e butirri) ma per la
maggior parte in caci pecorini stagionati.
Il formaggio non veniva quasi mai lavorato dai pastori che si
limitavano a raccoglierlo in pasta che veniva venduta ai
commercianti (chiamati “quaratini” da Corato in terra di Bari) che
li confezionavano in forme di varie grandezze (di 20, 30, 80 e 100
rotoli = 890 gr. di peso) per venderli.
Va ricordato che il consumo di formaggi freschi e stagionati
costituiva a quei tempi una integrazione alimentare necessaria e di
largo consumo.
Le vendite avvenivano a peso, per cantaio, che equivaleva a circa 90
Kg. Anch’essi per una parte cospicua venivano commercializzati alla
Fiera di Foggia.
I dati a partire dal 1700, riportano una produzione assai variabile
di anno in anno, per ovvie ragioni, con una media da cinquanta a
sessantamila cantaie, con punte di 70, 80 mila negli anni '56-'59 e
'63-'65.
Il mercato del formaggio pecorino era integrato dal formaggio di
vacca, proveniente dal bestiame “grosso” allevato nelle masserie,
che produceva i famosi caciocavalli che avevano un ottimo mercato.
La produzione carne
Se prendiamo come numero base ancora un milione di pecore si vede
che a un tasso di fecondità di 0,5 agnelli per pecora, si hanno
45Omila agnelli dei quali 3OOmila da destinarsi al macello.
Un numero notevolissimo di animali, con un florido mercato che
veniva commercializzato a Foggia in primavera e in autunno in
Abruzzo.
Particolarmente apprezzati i castrati in quanto la loro carne era
considerata, secondo un mercante del tempo “gustosa ed odorosa e non
con nausea pecorina” (sic!).
I compratori venivano dalla Toscana, dall’Umbria, dalla Romagna e
soprattutto dallo Stato Pontificio, come ricorda il Galanti.
I dati che abbiamo e che si riferiscono solo al ‘700, che riguardano
solo il bestiame primaverile, parlano di una media annua
commercializzata di 40-6Omila agnelli (con punte fino a 96mila nel
1782) e di 20-3Omila castrati (con punte di 4Omila nel 1785).
Le pelli
Ultimo prodotto il pellame: quello delle pecore e degli agnelli che,
in misura certamente minore, era comunque una fonte di entrata della
pastorizia.
Esso, per la scarsa quantità, non era commercializzato dagli organi
“ufficiali" (e pertanto non siamo in grado di poterne dare quantità
e prezzi) ma da mercanti ed incettatori detti “bassettieri”, che
rivendevano, quelle di agnello, nel napoletano alle industrie di
guanti e quelle di pecora, destinata alla confezione della
cartapecora, per lo più a industrie romane e fiorentine.
7. Foggia
mercantile e la sua Fiera
Il titolo di questa parte della relazione ripete quello di un volume
di Raffaele Colapietra e Antonio Vitulli scritto nel 1989 in
occasione del 5Oenario della fondazione dell'Ente Fiera di Foggia.
Il volume contiene la storia della secolare Fiera di Foggia le cui
vicende sono strettamente correlate a quelle della Dogana, con una
peculiare caratteristica, l'identità di tale mercato con la sua
città, Foggia, uniti in una simbiosi senza confronti nella storia
del Mezzogiorno d'Italia tanto da poter dire che la città e la sua
Fiera si identificavano.
Infatti Foggia viveva - ieri come oggi - la sua “stagione” più lieta
con feste, spettacoli teatrali, manifestazioni religiose e
soprattutto con la presenza di numerevoli forestieri provenienti da
ogni parte del Regno, dell'Italia e dell'Europa, durante il periodo
fieristico.
Tutto questo faceva di Foggia certamente la più viva, economicamente
e culturalmente, città del Regno subito dopo Napoli.
Sul valore mercantile della Fiera si è già detto, come ricordava
anche il Galiani che essa costituiva “il cuore del Regno di Napoli
per attirare valuta estera”.
Naturalmente il suo punto di forza era dato dal fatto di essere un
mercato privilegiato - ed obbligato - per tutta l'industria
pastorale del Regno, oltre al fatto che lo Stato percepiva qui le
sue tasse più cospicue.
Si pensi soltanto al prodotto lordo che ogni anno proveniva dal
commercio laniero, lattiero-caseario e della carne e che si
aggirava, come si è detto, mediamente, ad esempio nel secolo XVIII,
in 500.000 ducati. Una somma enorme della quale un terzo proveniva
dall'esportazione dei prodotti e che sta a dimostrare che alla Fiera
di Foggia si commercializzava il 10% di tutte le esportazioni del
Regno.
Fu questa certamente una delle ragioni della lunga durata del
sistema economico della Dogana e della convenienza ad investire
nell'allevamento anziché nella attività agricola.
La Fiera inoltre serviva da borsa merci in quanto i prezzi
“spuntati” per la lana e i formaggi servivano da calmiere e da base
per le contrattazioni del settore, non solo nel Reame ma in tutta
l’Italia.
Se pensiamo che lo stesso movimento mercantile avveniva, dopo
l’estate, per il grano e che Foggia era considerata “il granaio del
Regno”, non si può disconoscere la grande importanza economica che
la città ha rivestito per secoli, prima dell'Unificazione.
Altra caratteristica del mercato foggiano era quella della modernità
del tipo di credito bancario utilizzato per manovrare capitali così
cospicui…
8. La fine
della Dogana: il periodo napoleonico - il Tavoliere - l'Unificazione
e la vendita dei beni della Dogana
Si è parlato di date fatali per la storia di Foggia, ebbene, non c'è
dubbio che anche quella del 25 febbraio 1806 fu una di queste.
Il “Giornale Patrio” riporta infatti per quel giorno: 'Martedì 25
febbraio - giornata fredda - Questa mattina alle ore 17 giungono qui
le truppe francesi...”.
Comincia il decennio napoleonico.
E fra le rivoluzionarie e radicali leggi emanate dal nuovo regime,
fu, primo provvedimento, quello che investiva la città, la provincia
e le regioni vicine: la legge 21 maggio 1806, che sanciva
l'abolizione della Mena delle Pecore di Foggia.
Giunge così a termine la lunga storia di questa istituzione la cui
abolizione ebbe conseguenze profonde nell'economia della Capitanata
e del Regno.
Modi di applicazione e risultati sono stati oggetto di differente
valutazione fra i contemporanei e gli storici. Ma una cosa è certa:
che la legge che “affrancava" l'immensa proprietà della Dogana,
vendendola ai “locati” o ai migliori offerenti annullò per sempre la
“Ragion Pastorale”, modificando profondamente la struttura agraria
del territorio, specie per quanto attiene al rapporto
pastorizia-agricoltura, a favore di quest1ultima, anche se è pur
vero che per agricoltura va intesa la monocultura cerealicola.
L'ultimo dei grandi Doganieri, Giuseppe Gargani, allontanato dai
Borbone dopo il glorioso periodo della Repubblica napoletana del
1799 e rimesso al suo posto da Giuseppe Buonaparte, restò nella sua
carica solo due mesi, per assistere alla fine della secolare
istituzione e, avendo subito l'umiliazione della perdita del suo
immenso potere, subito dopo ebbe a morirne.
Come è noto, la “rivoluzione” dei napoleonidi - di Giuseppe
Buonaparte prima e di Gioacchino Murat dopo - non poté sortire tutti
i suoi effetti perché essa ebbe vita breve e la Restaurazione - con
il ritorno dei Borbone - si preoccupò di ristabilire
quell'equilibrio nella vita delle campagne che l'abolizione della
Dogana aveva rotto.
I Borbone tuttavia né poterono né vollero restaurare semplicemente
la vecchia Dogana e diedero vita ad una nuova disciplina delle terre
del Tavoliere con l'istituzione del Demanio del Tavoliere, alle
dirette dipendenze del potere centrale e sul quale si accese una
furiosa polemica con gli economisti del tempo.
L'ultimo periodo borbonico (1815-1860) visse perciò in bilico fra
l'esigenza di mantenere il vecchio regime vincolistico, sia pure con
le opportune modifiche e le nuove esigenze, che nascevano dalla
borghesia agraria insofferente di tale regime e dell'isolamento
dell'economia del Regno nei confronti del resto dell'Italia e
dell'Europa.
E pertanto la “liberalizzazione”, iniziata nel periodo napoleonico
non poté non continuare negli anni successivi sotto la monarchia
restauratrice dei Borboni (sancito dalla legge del 13 gennaio 1817).
Infatti nel periodo fra il 1806 e il 1860 furono dissodate nel
Tavoliere 56.000 versure, che furono destinate alle culture
cerealicole e arboricole.
Con l'Unificazione cessa definitivamente il regime della vecchia
Dogana e del suo degradato figlio, il Tavoliere.
Come è noto l'abolizione del Tavoliere e l'affrancamento delle sue
immense proprietà, avvenne nel modo peggiore, senza tener conto non
diciamo, degli interessi dei fittuari e delle popolazioni rurali, ma
di scelte innovative agronomiche e tecniche.
Prevalse l'interesse da parte del Governo - nella persona del rigido
difensore del pareggio del bilancio dello Stato, oberato dai debiti
di guerra, il Ministro Minghetti - a liquidare il patrimonio della
Dogana (oltre 300.000 ettari) al fine di avvantaggiarne il più
possibile le finanze statali.
Il valore delle terre da riscattare fu stabilito in 22 volte il
canone di fitto da pagarsi in 15 rate annue.
Ma tale riscatto, coattivo, costrinse all'indebitamento la maggior
parte dei censuari.
Ciò diede il via alla speculazione da parte del capitale finanziario
e commerciale, e i terreni della Dogana finirono per dar vita
all'enorme proprietà latifondistica che caratterizzò la Capitanata
dell'800.
La semina dissennata di cereali portarono alla distruzione dei
pascoli e di fatto alla fine della pastorizia.
Si inizia così nel Mezzogiorno e nella Capitanata quel processo
perverso che porterà alla crisi agraria e alla conflittualità delle
campagne negli anni di fine secolo.
Ma questo è un'altra storia…
Da “Agricoltura e pastorizia in Capitanata”
PASTORI E
CONTADINI NEL TAVOLIERE: DUE “CULTURE” A CONFRONTO
Negli ultimi anni la
pastorizia, ed in particolare quella delle pianure dell’Europa
meridionale che, tra le forme di organizzazione dello spazio, si
definisce più propriamente come transumanza, è stata oggetto di
importanti ricerche, che hanno prodotto importanti innovazioni anche
dal punto di vista metodologico. Agli approcci tradizionali,
oscillanti di volta in volta, a seconda delle congiunture
storiografiche, tra la storia delle istituzioni e la storia
economica, altri se ne sono aggiunti, negli ultimi anni, sulla base
della ripresa di alcuni temi geostorici, presenti nelle celebri
pagine del Braudel de La Méditerranée. Dal territorio e dai quadri
ambientali, proprio attraverso la geografia umana e il concetto di
“genere di vita”, si perviene all’antropologia economica,
utilizzando sovente la nozione complessa di “civiltà”. Nelle brevi
note che seguono ci riferiremo al conflitto tra agricoltori e
pastori, incrociando un’analisi strutturale con considerazioni sulla
diacronia e mettendo a frutto - rapsodicamente - differenti approcci
e una variegata gamma di fonti.
1. Uno sguardo dal versante etno-antropologico
Il rapporto di concorrenza tra le due attività - ha scritto U.
Fabietti - scaturisce dall’inconciliabilità che si determina tra
l’agricoltura, intesa come investimento fisso di energia umana in
una certa porzione di terra mediante un processo lavorativo continuo
e stabile, e la pastorizia intesa invece come sfruttamento del suolo
mediante sistematico spostamento di animali da un’area all’altra.
Anche a voler considerare una forma di pastorizia semi-stanziale
come la transumanza, le ragioni del conflitto non sembrano molto
minori. La riduzione degli ambiti del pascolo a due - le erbe estive
e quelle invernali - e la delimitazione del pascolo di pianura entro
i confini della “posta” assegnata non eliminano il conflitto. Si
consideri solo la necessità dei lunghi spostamenti lungo i tratturi,
le cui erbe dovrebbero costituire il pascolo per gli ovini per molte
settimane di lento percorso. E’ ovvio che gli sconfinamenti, le
“scommessioni” nei seminati contigui non siano del tutto
infrequenti, in una geografia delle utilizzazioni colturali
oltremodo intricata, dove le terre di “portata” confinano, sovente,
con il tratturo e con il pascolo. Peraltro la permanenza per molti
mesi l’anno di alcune migliaia di pastori nelle poste armentizie
spesso prossime ai ricchi “ristretti”, pieni di orti, alberi da
frutta e vigneti, dei numerosi centri abitati del Tavoliere rende
più probabili che altrove i furti campestri. Viceversa, sovente i
pascoli ovini incustoditi da maggio a novembre sono “devastati” dal
morso degli animali da lavoro dei massari di campo e i tratturi
“rosi” dalla zappa del contadino:
Le pecore [...] Maestà - si legge in una supplica al Re di un
pastore di Roseto, nel Teramano - debbono andare per aria, perché
non si sapeva dove fosse il tratturo essendo stati occupati i
tratturi, riposi, scaricatoi, tratturelli, divisi tutti i demani,
senza restarne il quarto per le pecore.
Ma, al di là delle evidenze storiche del conflitto nel contesto cui
ci riferiamo, ritorniamo alle considerazioni di ordine antropologico
dalle quali eravamo partiti. Si consideri - con Fabietti -
l’opposizione tra i due cicli produttivi: “Per poter beneficiare del
prodotto del suo lavoro, l’agricoltore deve infatti attendere la
fine del ciclo stagionale”, preservando da ogni minaccia al
potenziale produttivo le aree coltivate e fondando la sua
sussistenza sul consumo del prodotto ottenuto nel ciclo precedente.
Il pastore, invece, “può trarre i mezzi del proprio sostentamento
direttamente dagli animali allevati in modo continuo”. Tuttavia se
“il ciclo produttivo pastorale è immediato, risulta più vulnerabile”
del ciclo agricolo, in quanto eventi climatici sfavorevoli possono
distruggere un raccolto, ma non la base produttiva, mentre, come
spesso avviene nella Dogana, una prolungata siccità o una nevicata
abbondante con freddo intenso può distruggere la stessa base
produttiva, cioè il gregge. Inoltre, “l’agricoltore può
diversificare la produzione diminuendo i rischi, […] il pastore non
può fare altrettanto”. Si consideri, infine, - ma su questo ci
soffermeremo più avanti - il conflitto, dentro una stessa
utilizzazione pascolativa del suolo tra gli animali da lavoro, come
sono i buoi impiegati nelle masserie di campo, e gli animali da
reddito, come sono le pecore.
Non sono che alcuni dei temi di un conflitto tra due attività
produttive che leggono, di conseguenza, lo spazio in maniera
opposta. Un documento prodotto nel vivo della polemica antipastorale
ed antivincolistica ce ne offre un’evidente testimonianza:
Le ragioni pastorali o le loro pretensioni sono poco accomodabili -
scrive Melchiorre Delfico - allo scopo del sociale miglioramento. I
deserti più spaziosi ed interminati alla vista sono più deliziosi ai
sguardi de’ pastori e alle loro intime sensibilità che le più ben
coltivate campagne ed i più ameni giardini.
C’è, qui, certo, il tono della polemica illuministica e
riformatrice, ma è, comunque evidente - come ci ricordano gli
antropologi - la lettura opposta dei dati spaziali.
Il pastore “legge lo spazio in negativo rispetto al non pastore - ha
scritto l’antropologo sardo Giulio Angioni - vede l’utile e il pieno
proprio là dove gli altri utilizzatori dello spazio ci vedono
l’inutile, il vuoto, l’intermedio”. Non è, come si potrebbe pensare,
la riproposizione del conflitto tra natura e cultura, tra spazio
“dato” e spazio “prodotto”. Lo spazio “naturale” della pastorizia è
infatti, a sua volta, uno spazio costruito, non solo perché frutto
di pratiche e rappresentazioni, ma anche perché lo spazio “naturale”
- e la cosa è particolarmente evidente per la transumanza
appulo-abruzzese - viene “prodotto” dagli uomini come spazio
pastorale. Infatti, la transumanza è nelle penisole settentrionali
del Mediterraneo - come scriveva Braudel - attività “fortemente
istituzionalizzata, posta al riparo di salvaguardie, di regolamenti,
di privilegi”. Le istituzioni doganali, nel Mezzogiorno, disegnano e
costruiscono il paesaggio naturale, distinguendo gli spazi dei
pastori, le poste e le locazioni, da quelli dei massari di campo. La
fitta rete di tratturi, tratturelli e bracci, inoltre, disegna una
viabilità alternativa, per ridurre al minimo le manifestazioni del
conflitto strutturale tra le due pratiche. Certo, si sbaglierebbe a
datare questo processo di “costruzione” differenziale dello spazio a
partire dalla ben nota “prammatica” di Alfonso d’Aragona di metà
‘400. Sono numerosi, infatti, gli interventi normativi precedenti, a
partire dall’età romana fino alla vigilia del regno aragonese. C’è,
inoltre, una pratica, regolata da consuetudini, che resiste
all’indebolimento della prescrizione normativa nell’alto Medioevo e
nelle difficili e talvolta lunghe fasi di passaggio tra diverse
forme di titolarità del potere; una pratica che, al pari delle norme
di legge, comunque definite, mira a controllare e disciplinare il
conflitto, definendo le condizioni di una possibile coesistenza.
Non c’è dubbio alcuno, tuttavia, che da questo punto di vista sia la
“prammatica” del 1447 a costruire una “macchina”, legislativa e
istituzionale, complessa, che utilizza in parte il corpus normativo
precedente e, soprattutto, mette a frutto le novità strutturali, che
in più di un contesto mediterraneo portano all’istituzione delle
Dogane.
Parimenti, non c’è alcun dubbio sulla caratterizzazione della Dogana
di Foggia come “buon governo”, cioè istituto di mediazione tra
interessi confliggenti, tra pastori e agricoltori, concorrenti ed
“allo stesso tempo complementari tra loro all’interno della medesima
nicchia ecologica”. La regolamentazione delle rotazioni sulle terre
di “portata” e sulle altre masserie di campo definisce, a questo
riguardo, le condizioni di una possibile integrazione.
Se il conflitto tra pastorizia transumante e agricoltura sembra un
dato strutturale in contesti caratterizzati da un’alta densità di
popolazione - almeno rispetto alle aree di pastorizia nomade, ad
esempio, del Magreb - ci pare interessante riflettere sulle sue
differenti congiunture e su uno dei meccanismi del suo governo: il
Tribunale della Dogana.
Ma, al di là della variabile congiuntura del conflitto, conviene
partire dalle evidenze culturali di esso, dal modo in cui i gruppi
sociali si percepiscono.
Quannu lu pecurare va a la messa
ci crede d’ purtà la morra ‘ppress!
Po’ ce’ vota ‘face ‘lu campanar
che bella staccia p’ fa’ lu pagliar
ci ficca dint’, vede l’autar:
che ‘bbella chianca p’ pesà lu sale
Così recita un canto pubblicato dal Papa nel dialetto di San
Giovanni Rotondo. In realtà tale composizione popolare si ritrova
anche in altre regioni: una versione lucana fu raccolta negli anni
Cinquanta da Ernesto De Martino ed è stata correttamente riproposta
da Giambattista Bronzini come espressione satirica, frutto
dell’opposizione tra agricoltori e pastori.
Non è la sola testimonianza del conflitto:
Abbrile mie curtese,
mprestami nu jurn
de lo tu mese
pe’ fa’ murì li pécure
a lu ‘bbruzzese
Così recita un’altra filastrocca raccolta dal Papa, che peraltro non
manca di rilevare la difficile integrazione degli Abruzzesi in
Capitanata: “In paragone degli stessi provenzali di Celle e Faeto,
degli stessi albanesi di Chieuti, Casalvecchio e Poggio Imperiale,
gli Abruzzesi, trapiantandosi nella Capitanata [...] furono i più
refrattari ad accomunarsi con gli abitanti di origine”.
Si potrebbe continuare sul versante pugliese e cerealicolo del
conflitto; conviene, tuttavia, dare uno sguardo dall’altra parte del
fronte, dal versante abruzzese e pastorale. Da questa parte ci sono
motivi di duplice segno: da un lato il tema della pastorizia
abruzzese come un grande, pacifico, inoffensivo - e redditizio per
lo Stato gregge insidiato da numerosi e voraci lupi, reali e
figurati; dall’altro, nella memorialistica di fine Ottocento -
quando ormai la transumanza è una pratica residuale - c’è
l’affermazione del primato abruzzese sulla “Daunia vassalla”, che
invierebbe ogni anno, con i pastori che risalgono le montagne verso
i pascoli estivi, i suoi “umili tributi” al’” Abruzzo signore”. La
pastorizia abruzzese avrebbe dato una parte di senso ad una
“provincia - aveva già scritto alcuni secoli prima Camillo Porzio -
assai giovevole alle altre del regno, ma in quanto a sé [...] la più
inutile che vi sia”. Infine, l’orgoglio che deriva dall’essere
oggetto della protezione regia: “Dio non vuole bene al villano - si
diceva il pastore, sul punto di partire per le salubri montagne,
nella novella Agnus Dei di Bacchelli, ambientata nella malsana
campagna nei pressi di Manfredonia - e gli pareva di essere uomo del
Re, e si gonfiava di orgoglio e di salute”. E, ancora, la ripresa
del primo tema nel pastore rosetano, citato in precedenza, che
rimpiange il tempo in cui il “Tribunale della Dogana [...] per la
verità e giustizia proteggeva il patrimonio reale che erano le
pecore”, mentre ai suoi giorni (si era nel 1825), i pastori che
scendevano in Puglia “stavano sempre con la borsa aperta, e con le
spalle pronte per ricevere bastonate, nè vi era dove ricorrere,
giacché i giudici erano la maggior parte paesani e per conseguenza
nemici dei pastori”.
Quando, come vedremo, nel secondo Settecento la pastorizia
transumante è sulla difensiva e, per di più, si va alla
scomposizione dello stesso fronte pastorale, sulla spinta
dell’acquisto di pascoli da parte di locati pugliesi, il tema
prevalente diviene quello del contrasto tra necessità e scelta: “I
pugliesi son locati per accidente, ma gli abruzzesi lo sono per
necessità, non potendo altrimenti vivere, se non per mezzo della
pastura”. Infatti, “ gli Abruzzesi - si legge in una memoria contro
la pretesa di locati pugliesi di far parte della Generalità - non
(hanno) nelli loro paesi né vigne, né campi, né altro modo come
sostenere le loro case”. Quindi, ne consegue una caratterizzazione
dei pugliesi come “indifferenti e temerari”, mossi dalla logica
della speculazione, e degli Abruzzesi come “orgogliosi e tenaci”,
ostinati a condurre avanti “una industria che per essi è necessaria
quanto è necessaria la vita”.
Il dibattito di fine Settecento è un grande creatore di stereotipi
che ripetutamente sono stati ripresi nei decenni successivi, a
partire dalle connotazioni etno-antropologiche cui abbiamo fatto
riferimento. In particolare il tema della Tartaria e della Scizia,
cui il Tavoliere della transumanza assomiglierebbe, ritorna
ripetutamente nei testi dei riformatori; parimenti in guisa di
Tartari o Sciti nomadi sono caratterizzati i pastori abruzzesi. Si
tratta - è evidente - di un argomento della “pamphlettistica”
abbondantemente prodotta dai difensori delle due “ragioni” a
confronto. Converrà tuttavia restare un attimo sul tema, con un
riferimento agli studi sui modi di vita delle recenti ricerche
etno-antropologiche.
Buona parte degli studi di antropologia disponibili riguarda,
tuttavia, la pastorizia propriamente detta, quella nomade, mentre la
pastorizia transumante, regolata e “civilizzata” da una complessa
amministrazione, nonché costretta a convivere con agricolture
sviluppate e sistemi urbani complessi, non pare del tutto riferibile
agli schemi più consueti. Tuttavia l’orgoglioso senso di dignità
individuale, la necessità di “una grande misura di durezza fisica e
di resistenza”, una “prontezza nell’ingaggiar battaglia per
proteggere gli animali contro gli uomini ed altre bestie” e forse
una certa dose di machismo, paiono connotati comuni alle due forme
di pastorizia. Meno trasferibile alla transumanza ci pare
l’individualismo tipico del nomadismo, mentre nelle società
pastorali centro-meridionali forte è il senso del gruppo, della
comunità locale o, come si legge nelle fonti della Dogana, della
“nazione”.
Ma torniamo alle fonti storico-letterarie che documentano il
conflitto. Spesso sono le stesse fonti abruzzesi a fornire al fronte
antipastorale pugliese argomenti sociologici forti contro la
transumanza. Cosi Carlo De Cesare riprende da Leonardo Dorotea una
caratterizzazione a tinte fosche del mondo dei pastori:
Essendo questa classe nomade in preferenza delle altre, racchiude la
sua vita civile ne’ soli materiali interessi, contentandosi
unicamente delle fisiche soddisfazioni [...] Usi a conversare coi
bruti soltanto, perdono i sentimenti di umanità, quindi i reati più
atroci si verificano tra essi [...] L’istessa abitudine di
distruzione li mette in gara continua con il resto della popolazione
[...] Possono dirsi di formare il contrapposto della massa istessa
d’altronde pacifica, morale, religiosa, ospitale, civile.
Ma solo pochi decenni prima il pugliese “avvocato dei poveri”
Domenico Maria Cimaglia aveva lodato la lealtà e l’onestà dei
pastori abruzzesi: “non è possessore di armenti che non si ponga
tutto in mano degli apruzzesi, de’ quali la lealtà e l’onestà è
forsi la maggiore, che nel genere umano sperar si possa”. E, qualche
anno dopo, sarà il frate Manicone ad opporre i “poggi” delle
masserie di campo alle poste armentizie.
Lontani egualmente dall’ozio, dall’ubbriachezza, e dagli altri vizi
che infettano le città, non conoscono la miseria, e lo stento, che
opprime gli infelici abitatori de’ Poggi. Educati da genitori
religiosi sono ottimi cristiani ad un’ora ed uomini onesti. In una
parola, ciascuna capoposta è una società che fa risovvenir gli aurei
costumi di Arcadia, essendo abitata da uomini urbani, officiosi,
ospitali, ed innocenti.
Peraltro il pastore rozzo e ignorante, in realtà, si rivela più
spesso alfabetizzato del contadino, spesso lettore “perloché quasi
sempre scrive Angeloni - nelle loro capanne li trovi provvisti di
qualche libro”.
Non sono pochi, inoltre, gli esempi di pastori-poeti, a cominciare
da Antonio de Matteis di Pescocostanzo, vissuto nel Cinquecento e
ricordato da Francesco Sabatini, per finire al più noto Cesidio
Gentile di Pescasseroli, di cui scrive Benedetto Croce, o agli
ignoti poeti, autori dei canti raccolti poco prima dell’Unità da
Francesco Bruni.
Quale che sia la realtà storica - sempre molto più articolata di
ogni stereotipo -, è importante considerare come si elaborino queste
caratterizzazioni, sempre molto nette, che oppongono due “mondi”,
due civiltà. C’è, inoltre, una identificazione - diremmo preliminare
- delle due comunità che passa attraverso l’abbigliamento.
Un’attenta descrizione dei “vestimenti degli abitanti delle
capoposte”, cioè dei pastori, ci viene proposta dal frate Manicone:
Lunghe pelli pecorine colla lana al di fuori, che diconsi
pelliccioni, ricoprono le braccia, e dal collo alle ginocchia. I
calzoni sono di pelle. Simiglianti pelli colla lana in dentro
vestono le gambe. Le scarpe sono d’assai doppie e dense, la berretta
è di massiccia lana; e il cappello è nella rigida stagione ben
ligato colle falde piegate sulle pareti laterali della testa.
2. La congiuntura del conflitto
Se il conflitto è strutturale, non manca di divenire
particolarmente acuto e stridente in alcune fasi nella lunga età
moderna. Già alla fine del Quattrocento, quando la popolazione
meridionale comincia a riprendersi dalla lunga baisse demografica
successiva alla peste nera, il dissidio appare evidente: nel 1479 i
massari foggiani lamentano l’impossibilità di far pascolare gli
animali da lavoro (i buoi “domiti”) se non vengono salvaguardate le
mezzane dal dilagare delle greggi. In un sistema a bassa
produttività, l’uomo e gli animali sono immediatamente concorrenti
nell’uso delle risorse disponibili, soprattutto in contesti di
densità di popolazione medio-alta. Inoltre gran parte dell’energia
investita nei processi produttivi in agricoltura è di origine
animale (si pensi ai buoi e ai cavalli per il tiro dell’aratro, per
l’erpicatura, la trebbiatura, i trasporti). Tale conflittualità
durerà finchè non diventeranno altre le fonti primarie dell’energia
impiegata in agricoltura (i combustibili fossili per i motori a
scoppio). Fino a quel momento, ad ogni estensione dell’area del
seminativo si accompagna quella dell’area destinata al pascolo degli
animali da lavoro (nel Tavoliere convenzionalmente si attribuisce
alla mezzana un quinto della superficie a seminativo). Peraltro una
parte della superficie coltivata serve a produrre biade (orzo,
avena), impiegate prevalentemente per l’alimentazione animale.
La seconda metà del Cinquecento, quando la popolazione del Regno di
Napoli cresce a ritmi sostenuti, è un fase di contrasti violenti
che, come è noto, inducono le autorità doganali da un lato ad
ordinare un’importante reintegra, dall’altro a trasferire alla
coltura una quota delle terre a pascolo.
Una congiuntura di segno nettamente diverso si registra nel XVII
secolo: prima la mortalità ovina del 1610-11, poi la peste del 1656,
preceduta da eventi epidemici d’altra natura, ma in alcuni casi di
analoga gravità, riducono prima da un versante - quello della
pastorizia -, poi dall’altro - quello della cerealicoltura -le
spinte al conflitto.
Nel Settecento la congiuntura si rovescia ancora una volta e le due
pratiche di utilizzazione del suolo tendono allo scontro, giacché la
domanda dei prodotti più importanti della pastorizia - la lana - e
della cerealicoltura - il grano - è in forte crescita. “Il Pugliese
non vuole che cultura - scriverà Galanti -, l’Abruzzese non vuole
che pascoli”; l’opposizione quasi antropologica tra i due “popoli”
in realtà traduce una difficile conciliabilità che la carestia dei
primi anni Sessanta non fa che esasperare. Ma questa volta ci sono
dei dati nuovi: da un lato l’incipiente rottura della ciclicità nel
rapporto popolazione-risorse, che secondo una procedura malthusiana
aveva regolato indirettamente anche la congiuntura del conflitto,
dall’altro, soprattutto, la polemica antivincolistica dell’ultimo
quarto di secolo.
E’, come si è detto, proprio la polemica antipastorale di fine
Settecento - che mette a frutto la teoria stadiale dello sviluppo
della civiltà - a proporre alcune delle “immagini” più adoperate
anche in seguito e a sollecitare delle connotazioni difensive, che
trascorrono ben presto nei ranghi degli stereotipi.
Il conflitto, nel Tavoliere, non è del tutto scomparso neppure nei
nostri anni di pastorizia residuale, ma già nell’Ottocento inoltrato
è notevolmente ridimensionato. A ridurlo, non sono stati tanto
improbabili modelli sociali di integrazione o tecniche di
“regolazione” normativa, quanto gli sviluppi del mercato: l’arrivo
delle lane australiane nei mercati europei ci pare, da questo punto
di vista, l’evento decisivo.
3. Il Tribunale della Dogana
Uno degli strumenti attraverso i quali l’amministrazione della
Dogana disciplina il conflitto in età moderna è il foro particolare.
Riservato in un primo tempo ai “sudditi” dell’istituzione foggiana,
“locati” o affittuari delle terre a semina, viene più tardi esteso
ai parenti dei “sudditi”, ai loro servitori, agli “operari” delle
masserie di campo, persino ai negozianti delle produzioni ovine
della Dogana e agli “operari applicati a formare le fiscelle, nelle
quali si raccoglie e coagula il cascio”.
La giurisdizione particolare, che doveva servire “colle sue
particolari leggi al maggiore aumento delle principali industrie”,
garantendo giustizia rapida soprattutto nelle controversie tra
pastori e contadini o all’interno del mondo pastorale, tende a
connotarsi ben presto come uno strumento di limitazione della
giurisdizione feudale. Infatti, pagando il modesto contributo
annuale di un ducato, equivalente alla fida di 25 pecore, anche
quanti non avevano nulla a che fare con la Dogana potevano diventare
“locati fittizi”, unicamente per godere del foro doganale.
Successivamente, nel 1758, saranno esclusi da questo privilegio i
cittadini della Capitale e delle altre città demaniali del Regno,
rendendo ancor più evidente il carattere del tribunale di “difesa
delle civili libertà, contra le intraprese della Giurisdizione
baronale”.
Non sarà un caso se nel breve volgere di pochi anni il numero dei
locati fittizi passa da circa 1300 a 220042, tanto da soverchiare
quantitativamente, non solo nelle controversie di carattere civile,
ma anche in quelle penali, i conflitti per dirimere i quali il foro
particolare era stato istituito. Tuttavia non è difficile
individuare alcune istruttorie processuali particolarmente ricche di
notazioni di un certo interesse per il tema di cui trattiamo.
4. “Vestivano con pelliccioni”
Il fondo “processi criminali” è stato scandagliato attentamente per
circa un ventennio (dal 1771 al 1788), in relazione a tre tipologie
di reati: l’omicidio, i danni alle colture, il pascolo abusivo. Non
pare affatto prevalente, come movente del reato, il conflitto tra
contadini e pastori: se gli omicidi tra pastori sono ben 12 e quelli
tra contadini 7, gli omicidi di contadini che hanno per imputato un
pastore sono 6 e 5 son quelli di pastori con imputati contadini. Più
del 40% dei 78 omicidi non pare riferibile, peraltro, agli ambienti
della transumanza.
Converrà scegliere alcuni esempi nella differenziata casistica
offerta dal fondo documentario.
Nel 1771, nelle terre di Regia corte di Tommasantonio Celentano, in
località Scoppaturo di Castiglione, a pochi chilometri da Foggia,
alcuni pastori di Casteldelmonte, nell’Aquilano, sono sorpresi dal
guardiano del Celentano nell’atto di “scommettere” una pezza di
ristoppia, situata lungo il tratturo, con quattro morre di pecore.
Uno dei pastori non nega l’infrazione, ma chiede invano al guardiano
“che l’avesse fatto un poco pascolare, perchè l’avrei regalato”,
perché le pecore erano stanche del lungo percorso. Scoppia un
alterco con successiva colluttazione, durante la quale gli abruzzesi
colpiscono più volte al capo il guardiano “cogli uncini grossi di
legno che asportavano”. L’identificazione dei pastori da parte del
soldato del tribunale della Dogana è immediata: uno, “con barba
negra e folta”, portava “pelliccioni di pecora negra addosso”, gli
altri vestivano “con giamberghini di panno rosso e pelliccioni da
sopra, uno color bianco e l’altro carapellese”.
L’anno successivo, nei pressi di Monte Sant’Angelo, viene ucciso con
“quattro colpi di accetta di ferro” l’ortolano Matteo Ricucci. Il
figlio di questi, Pasquale, sospetta del reato i pastori di
Massimino Di Cola, un locato di Castel di Sangro. Anche in questo
caso l’identificazione è approssimativa: durante la fiera
dell’Incoronata, Pasquale vede in chiesa durante la messa “un’altra
persona vestita all’uso di Apruzzo” e crede di riconoscervi
l’uccisore di suo padre, che neppure conosce bene. Chiama il maestro
di fiera e fa arrestare il malcapitato abruzzese all’uscita della
messa. Ma poco tempo quest’ultimo viene liberato perché del tutto
estraneo ai fatti.
Qualche anno dopo, “nei demaniali della città di Corato” viene
ucciso un pastore di Calascio, Pasquale Turco, “ per aver fatto un
fascetto di avena dai Seminati” di un coratino, Benedetto del
Giudice, “per nutrire ad avezzare un castrato, che era la guida, o
sia il manzo della di lui morra”.
A carico del Del Giudice, alias Cardone, ci sono i precedenti (era
stato in carcere per omicidio di un altro abruzzese), la “mala
razza” da cui discende e alcune minacce ascoltate all’indirizzo dei
pastori (“una volta il Del Giudice aveva detto [...] che voleva far
peggio di Filippo Lampresa”, un massaro coratino che qualche anno
prima aveva picchiato alcuni abruzzesi che “gli cagionavano danno
ne’ territori della sua Masseria”). I garzoni del Del Giudice
tentano di far sparire il cadavere, ma gli abruzzesi vigilano fino
all’arrivo dell’ufficiale doganale.
Una sera di ottobre del 1785, “una notte di chiara luna”, alcuni
pastori che andavano a rifornirsi di pane in una panetteria
doganale, nei pressi di Bitonto, passano davanti ad un giardino e vi
colgono dell’uva e della frutta. Ma qualcuno dall’interno della casa
rurale li ha visti e identificati (“vestivano con pelliccioni, e
provveduti di mazze lunghe, tanto che giudicati li aveano essere
quelli di nazione Apruzzese”). I pastori si danno alla fuga ma,
inseguiti e raggiunti, due di loro, originari di Scanno, sono
colpiti a morte.
Spesso, come si è detto, i comportamenti delinquenziali si svolgono
nei luoghi di origine dei pastori: è il caso di Giovanni Paoluccio,
di Frosolone, nel Molise, “uomo di malaffare, e senza stima di Dio e
della giustizia; atteso si fa padrone di tutte le vigne e seminati
di questa terra, nelle quali appostamente immette dette sue pecore a
pascolare con fare danni irreparabili al prossimo; e quando qualche
persona si lagna, o lo vuol espellere dalla robba propria esso
Giovanni Paoluccio la batte, e la maltratta”.
Cinque esempi, tra i tanti possibili, che illustrano differenti
situazioni. In primo luogo il contesto: quando non si tratta di un
pastore violento che usa il gregge come un arma per vessare e
intimidire (sembra di rileggere le notizie di qualche anno fa sulle
mandrie di bovini di uomini della ‘ndrangheta calabrese), il teatro
dello scontro è il confine, tra pascolo e cultura, tra tratturo e
seminato, tra via pubblica e “giardino”. Il pastore non nega il
reato, ma si appella alla necessità. La risposta contadina sembra
spesso sproporzionata, ma rende evidente una realtà di conflitto
permanente, di convivenza coatta, una dura condizione generale
dell’esistenza.
La cattura dei responsabili del reato non pare difficile: nel primo
caso, dopo la colluttazione, qualcuno corre a Foggia ad avvertire i
soldati del Tribunale; ne arriva uno a cavallo che raggiunge ben
presto il gregge in lenta marcia lungo il tratturo.
L’identificazione non pare problematica, anche se talvolta si
rischia di mandare in galera un innocente: “portavano i pelliccioni”.
Il pastore è spesso lì, accanto al suo gregge.
Infine, un documento particolarmente significativo dell’orgoglio di
uomo libero del pastore e della diligente cura con cui si occupa del
gregge: Michele Vitone, molisano di Cercemaggiore, reo di omicidio,
prima di “andar fuggitivo” perché “mai s’avrebbe fatto carcerare”,
nel cuore della notte va a bussare alla porta di un altro pastore
per chiedergli di prendersi cura delle pecore a lui affidate, perché
“stavano sole”.
Per informazioni: Cell. 368.7189672
Residence
Hotel Maresol
Contrada Marchionna 16/b
71019 Vieste (FG)-Italy
Come arrivare con GPS:
N 41.86453°, E 16.15994°
dal 25 marzo al 18 ottobre tel. e
fax+39.0884 702279
e-mail:
info@maresolvieste.it
Top
|