Le villette|  Listini |    Informazioni|   Dove siamo|  Lido|    Regolamento

   La transumanza

LA VOCAZIONE PASTORALE DEL TAVOLIERE: CONOSCENZA STORICA E MODERNITÀ

 1.   La vocazione pastorale del territorio 
La disamina dei numerosi studi di carattere archeologico, storico e scientifico fino ad oggi prodotti sui temi allevamento e transumanza mostra con certezza che l'allevamento ovino era diffuso già in epoca molto remota nella quasi totalità delle regioni europee, benché in misura ovviamente variabile.
La geografia del territorio creava infatti condizioni particolarmente favorevoli, esistendo nel continente europeo molte regioni incolte, piuttosto estese in Spagna e Bassa Sassonia, più modeste sulle coste del mare del Nord, Borgogna, in Inghilterra e nella nostra Puglia. E se fortemente l'allevamento ovino poteva diffondersi in pianura e negli altipiani, ancora di più si sviluppava nelle regioni montuose, dai Pirenei alle Sierras spagnole, dagli Appennini italiani ai Balcani e ai Carpazi. Infatti il legame tra pianura e montagna aveva in questo caso una motivazione essenzialmente naturale: in alcune regioni la fine dell'inverno metteva migliaia di ovini in cammino verso gli alpeggi, altrove l’inizio della cattiva stagione spingeva le greggi verso la pianura, come accadeva nella transumanza tra Abruzzo e Puglia, od anche in Borgogna.
Mediante il ricorso alla transumanza o all'alpeggio i proprietari di armenti riuscivano a sfruttare alternativamente pascoli estivi, resi fertili da piogge e nevicate durante la cattiva stagione, e pascoli invernali, più adatti - come quelli del Tavoliere di Puglia - allo svernamento delle greggi. Tutto ciò con il risultato evidente di assicurare al bestiame le migliori condizioni possibili ed aumentare, insieme alla qualità e quantità delle produzioni animali, il reddito riveniente dall'allevamento.
E’ accertata ormai da autorevoli ricercatori l'importanza assunta nella nostra regione dal fenomeno dell'allevamento transumante già in età romana tardo-repubblicana e primo-imperiale, ma evidenti risultano anche gli elementi di continuità che legano quel fenomeno ed i fattori che lo hanno determinato sia al periodo pre e proto-storico che all'età medioevale: la transumanza è certamente legata alle strutture profonde e non modificabili - almeno per lunghissimo tempo - di alcune aree geografiche, nonché al peso che le condizioni ambientali ebbero sul permanere, nel tempo, di modi tipici di utilizzazione del suolo.
Se per quanto riguarda la Daunia abbiamo sicure testimonianze sulla diffusione dell'allevamento ovino in età arcaica, non disponiamo però, almeno fino al II secolo a.C., di chiari indizi storici ed archeologici di contatti effettivi tra Daunia e montagna appenninica; sembra che solo da quel periodo si instauri tra Daunia ed area frentana un tipo di transumanza a medio e piccolo raggio, mentre la grande transumanza si svilupperà soltanto in epoca post­annibalica grazie a fattori e condizioni ambientali nuovi, quali la grande disponibilità di terre occupate, la facilità di reperimento di manodopera servile, i maggiori mezzi finanziari.
Ed in effetti una grande transumanza aveva bisogno per il suo stesso sviluppo di condizioni politiche particolari, che potevano essere garantite solo da un forte organismo centrale di gestione e controllo, capace di regolare i rapporti tra allevatori e agricoltori, mediandone le esigenze ed i conflitti. Con tali condizioni la transumanza orizzontale viene a rappresentare una forma di razionalizzazione economica ed una fonte di sicura ed imme­diata redditività.
Nella Daunia, quindi l'allevamento transumante sembra essere stata una delle forme di sfruttamento avviate nell'immediato dopoguerra annibalico: la fonte che Strabone utilizza per la sua Geografia, ovvero Posidonio, colloca nei dintorni del Gargano un fiorente centro di attività laniera, che si sviluppa proprio sfruttando le possibilità offerte dal periodico trasferimento delle greggi dall'Appennino ai pascoli invernali della Daunia. Numerosi sono, a questo proposito, i riferimenti di Varrone, e di Cicerone. Orazio poi definisce Lucera “rinomata” per la produzione laniera
e cita anche l'esistenza di un lanarius lucerino.
L'instaurarsi del diretto dominio romano nelle aree centro-meridionali della nostra penisola genera tra il II° ed il I °secolo a.C. profonde trasformazioni nel settore economico: con le massicce confische seguite alle guerre annibaliche l’ager publicus romanus si amplia enormemente, le classi più elevate accumulano ricchezze e le impiegano nella terra, la piccola proprietà contadina declina a favore di aziende di più largo respiro, le terre si spopolano a seguito delle emigrazioni in Spagna e nella Gallia cisalpina. Tutto ciò provoca una alterazione significativa dell’economia e dell’agricoltura del centro-sud, che trova nell’allevamento nuove forme di investimento con sbocchi anche nelle forniture di lana e pelli per l’esercito. Il vantaggio maggiore per i piccoli allevatori consiste nel pascolo gratuito, sancito dalla legge agraria del 111 a.C., che inquadra e definisce un fenomeno preesistente che andava però assumendo dimensioni e carattere nuovi. Le testimonianze di Varrone ci rendono noti tutti i problemi organizzativi dell’allevamento transumante di quel tempo tra Sabina, Appennino centrale ed Apulia: a seguito della crescente richiesta del mercato, soprattutto della capitale, l’allevamento ovino assume un “carattere capitalistico” che andò sempre più evolvendosi, e l’imperatore divenne presto il più grande proprietario di greggi oltre che il maggior proprietario terriero.
Tutte queste condizioni cadono in età tardo-imperiale, allorché Roma declina come mercato; il sistema della transumanza va disorganizzandosi, anche per l’assenza di un efficace controllo da parte del potere centrale, e diventa sempre più occasione di abusi, vessazioni ed illegalità; l’accostamento tra pastori e briganti diventa sempre più frequente. E tuttavia la transumanza e sempre in atto, nel corso dei cosiddetti secoli bui, fino alla Costituzione di Guglielmo II, intorno al 1172: essa dimostra che non è mai venuto meno, fino al XII secolo, il carattere fiscale, ovvero pubblico, di una estensione enorme di terre incolte, nonostante il venir meno dei poteri dello Stato e la ricostituzione certa dei patrimoni cittadini: questo perché l'ambiente naturale e le condizioni geografiche imponevano un certo tipo di sfruttamento del suolo. In questo contesto anche il carattere pubblico delle calles e delle viae difficilmen­te poteva scomparire: si può spiegare anche in questo modo la coincidenza tra le calles romane e preromane con i tracciati dei tratturi dell'età aragonese.
Tuttavia una frattura vi fu per la transumanza, almeno al tempo della guerra gotica: il declino demografico e la crescita delle terre incolte influirono sulla regressione del fenomeno ed anche sul suo sostanziale spostamento dall'area centrale appenninica all'area tirrenica e romana. La depressione, aggravata da epidemie e dalla discesa di sempre nuove popolazioni barbariche, continuerà per lungo tempo: gli spazi disabitati si allargano, il paesaggio degrada con erosioni ed impaludamenti malarici, con conseguenze rilevanti anche sul clima, la popolazione - abituata dalla pax romana a vivere tranquillamente dispersa nelle campagne - comincia a concentrarsi in villaggi e borghi per necessità di difesa, infine il bisogno di badare a se stessi genera una regressione verso forme di economia naturale e di autosufficienza, con una generale tendenza alla concentrazione della proprietà terriera.
Incomincia già nel IV secolo la conversione di città in centri fortificati e si moltiplicano i castella. Proprio nel fenomeno dell'incastellamento, secondo la nota tesi del Toubert, è da ricercarsi l'origine del sottosviluppo meridionale, e proprio tra X e XII secolo le radici di quella tensione tra agricoltura e pastorizia che sarà una costante nella storia del Mezzogiorno. L'incastellamento, che si intensificherà in età normanna, avrebbe reso ancor più rigida la tendenza meridionale al vivere accentrato ed alle conseguenti scelte economiche, creando quelle contrapposizioni tra il cultum a carattere intensivo e l'incultum pastorale che impediranno a lungo l'integrazione fra quei settori, essendo i castra incapaci di superare le proprie mura ed estendere la colonizzazione.
Se, come sembra, era necessario un ettaro di buon pascolo per assicurare la sopravvivenza annua di tre o quattro ovini, possiamo facilmente immaginare quanto il pascolo superasse il coltivato, quanto le terre incolte, aride e disabitate superassero in estensione città e castelli. Tra le prove più conclu­sive di tale status è la testimonianza topografica di agri deserti, ma da non trascurare è la riflessione sulla stessa legislazione barbarica, che ci mostra una economia pastorale dai caratteri impressionanti: raccolta di prodotti spontanei, pascolo di animali su grandi estensioni di terre incolte. La legislazione longobarda è ricca di norme minute che riguardano il pascolo e che non hanno la pari in quelle relative all'agricoltura. E se Paolo Diacono indica nell'economia del pascolo brado il settore più compromesso a causa della penuria di braccia, il suo interesse denota pure l'importanza che la pastorizia riveste ancora all'interno dell'economia generale del paese.
Benché si sostenga da più parti che il fenomeno della transumanza prescinda dai mutamenti strutturali della politica, e si configuri essenzialmente come ragione di sopravvivenza, tuttavia un elemento caratterizzante la nostra regione in età barbarica ci spinge ad una certa cautela in proposito: infatti allorché viene a mancare la stabilità politica, nel periodo tra le grandi invasioni e l'XI secolo, viene a mancare anche l'unità tra la regione abruzzese e quel suo entroterra economico che il Tavoliere di Puglia era stato fin dall'età più antica, con il conseguente sconvolgimento di equilibri secolari e l'inselvatichimento delle calles.
La grande transumanza subisce certamente in queste condizioni una lunga battuta d'arresto, ma non scompare del tutto, come testimonia la documentazione relativa ad alcune zone abruzzesi, e la piccola transumanza continua con la stessa intensità a cercar di sopravvivere finché in età federiciana, col riaccorpamento dell'area abruzzese con il Tavoliere, comincia a stabilirsi una fitta rete di masserie ed anche la transumanza autunnale può riprendere vigore.
In seguito all'ampliarsi della grande proprietà fondiaria, originato dalla redistribuzione delle terre, e all'aumento delle aree destinate al pascolo, nell'età normanna l'allevamento ovino conosce, infatti, un notevole incremento quantitativo e qualitativo. La ricca documentazione disponibile ci dà molte notizie sulle modifiche introdotte nell'uso delle terre incolte, sottoposte al regime della foresta. Questa ha un significato non tanto botanico o geografico, bensì istituzionale e comporta un irrigidimento ed una limitazione sensibile dei diritti di pascolo: se per i latifondisti si trattò di trovare il sistema per incrementare il latifondo, per i piccoli allevatori la riduzione delle terre comuni operata dalla legislazione normanna comportò invece una contrazione dell'attività pastorale, così che i signori normanni divennero i maggiori allevatori del paese.
Inizia qui un processo di concentrazione delle risorse allevatorie nelle mani della Corona, dei feudatari, delle abbazie e dei grandi proprietari, ai quali tutti pervenivano non solo i prodotti - da utilizzare o vendere - ma anche i proventi di quegli iura che la legge impose, tra l'altro, sulla trasformazione e sulla commercializzazione interna ed estera di quei prodotti. Commercializzazione che fu molto intensa, poiché i Patti intercorsi tra Guglielmo II ed i genovesi tra il 1156 ed il 1157, nonché la documentazione commerciale disponibile per il secolo successivo, citano lana, cuoio, pelli e velli di agnello come generi di esportazione di primaria importanza. Né si può trascurare, perché indicativa della ripresa della transumanza, la concessione del diritto di libero pascolo sul Gargano, elargita nel 1110 da Ruggero I.
Le leggi emanate in età normanna
sembrano costituire l'anello di congiunzione legislativo fra transumanza di età antica e Dohana Menae pecudum. Il rigore che le caratterizza sui delitti di abigeato fu stemperato dalla costituzione Ut delieti fines emanata da Federico II, ma l'esame di tutte nel loro insieme denota una situazione in grande evoluzione: si aumentava infatti la normativa per rispondere alla crescita del settore pastorale, che doveva pur essere di natura transumante se le greggi stabulanti venivano colpite dallo ius stallae. L'intensità dell'attività allevatoria prosegue per la minuziosa regolamentazione delle masserie regie, che sembra voler stabilire un rapporto più equilibrato tra agricoltura e pastorizia. Gli Statutum massariarum di età manfrediana costituiscono per noi interessantissimi documenti di vita allevatoria e di etologia animale, segno del crescere di interessi naturalistici che ebbero alte tradizioni nell'età normanno-sveva.
Tra XI e XII secolo l'intenso commercio transmarino tra i porti pugliesi di Siponto, Barletta, Trani, Bari, Brindisi, Otranto, Taranto e tutto l'Oriente, i paesi sud-occidentali europei, la Tunisia, Tripoli e varie località dell'Africa settentrionale prevedeva una intensa circolazione di bestiame nostrano, espor­tato in cambio del rame e dello stagno spagnoli, delle spezie e delle sete orientali. Il vescovo Liutprando di Ravenna ci informa che ad opera dei mercanti amalfitani la lana pugliese veniva introdotta sia in Italia settentrionale che all'estero e che anche i pisani trafficavano in Puglia ed in Sicilia nel corso del XII secolo in bestiame e cereali.
Sia in età federiciana che in età angioina l'esportazione di bestiame ovino viene rigidamente controllata a fini protezionistici, e permessa soltanto dietro apposita autorizzazione; non vi è inoltre una frequente importazione, ed infatti una sola volta è testimoniato, nei Registri angioini, l'acquisto di alcuni arieti della Barberia: ma siamo già nel 1278, nel periodo cioè in cui le coste pugliesi e calabre cominciano ad essere predate dalle scorrerie aragonesi. In seguito le difficoltà finanziarie angioine consegneranno ai banchieri e ai mercanti fiorentini tutte le attività produttive dello Stato, compromettendo seriamente anche l'allevamento del bestiame.
Nel complesso, il lungo periodo intercorrente tra mondo antico e mondo moderno si configura, anche per la storia dell'allevamento ovino, come un ciclo evolutivo, con una sostanziale continuità tra epoca romana ed epoca altomedioevale: d'altronde, come afferma il Jones, nella storia economica e sociale le rivoluzioni sono rare checché accada nella storia politica. Ci furono, però, delle oscillazioni se non fratture nella forma allevatoria della transumanza, significativi adattamenti e non immobilità, pur rimanendo innegabile la vocazione naturale dei nostri territori, poiché certamente i vari gruppi sociali via via emergenti nelle regioni meridionali si posero comunque in modo diversificato di fronte ai fenomeni allevamento e transumanza nel corso dei secoli che dal III al X videro l'evoluzione del mondo romano a mondo moder­no e lo sviluppo dell'economia feudale.
Certamente la maggiore razionalizzazione di quei fenomeni avviene in età aragonese con la istituzione della Dogana delle pecore, su cui molto è stato scritto. Basti qui ricordare che la riforma alfonsina, caratterizzata da una ispirazione squisitamente tributaria, introducendo novità quali l'acquisto degli erbaggi baronali e la vendita forzosa ai proprietari degli armenti, potenziando la rete viaria tratturale, le fiere locali ed i commerci, diminuendo il prezzo del sale, fece della Dogana un centro di potere e della Capitanata una regione strategica, che a partire dalla fine del XV secolo si rivitalizza oltre che dal punto di vista demografico anche dal punto di vista economico e produttivo.
L'allevamento ovino continuerà quindi a essere prevalente anche in età moderna, non solo per motivi di clima e di ambiente o per motivi di ordine culturale, ma anche per motivi tributari. La pecora e l'uomo rimangono realtà strettamente legate dai tempi più remoti fino all'età moderna e, con altre vicende, fino a pochi decenni orsono: abbiamo quindi di fronte una realtà di lunghissima durata che ha segnato profondamente la nostra civiltà e che ora non esiste praticamente più, con tutte le conseguenze che questa rivoluzione può aver avuto ad ogni livello, dalla mentalità all'economia.

La carta dei tratturi

 

LA PASTORIZIA IN CAPITANATA NEL PERIODO DELLA DOGANA DELLE PECORE (1447 – 1806) 

1.      Alfonso D’Aragona e l'istituzione della Dogana delle Pecore

…Esistono date "fatali" nella storia di un paese o di un popolo, date che si riferiscono a conquiste, fatti d’arme, calamità naturali od eventi straordinari e certamente l’anno 1447 fu per la Capitanata una di queste.
Il 1447 è l’anno di nascita della Dogana della Mena delle Pecore di Foggia, la singolare istituzione che condizionò per quattro secoli tutta la "Puglia piana" e il territorio che dall'Abruzzo si estendeva fino alla terra di Bari, comprendendo anche le provincie viciniori molisane, irpine, basilische e campane.
Tale istituzione codificò, in un rigido sistema amministrativo, giudiziario e fiscale, l’economia di tale territorio, costituendo, per l’enormità della estensione, il potere dei governanti - i Doganieri -, la ricchezza amministrata, sia fiscale che mercantile, un vero e proprio regno nel Regno, con peculiari caratteristiche tali da poterla considerare unica nella storia d’Italia e d’Europa.
Il 1° agosto infatti, Alfonso d'Aragona, vinta ogni resistenza nella ventennale guerra che lo aveva opposto agli Angioni, instaura la sua dinastia nel Regno di Napoli e inizia il consolidamento della sua Monarchia e, per questo, lo sfruttamento della pastorizia abruzzese-pugliese, per farne uno dei cespiti fiscali più ricchi del Regno.
Nacque così quella che è stata definita l'industria regia delle pecore che non tardò a divenire, oltre che ricca fonte fiscale, un pilastro politico delle monarchie che si succedettero nel Regno, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci e Borbone, il cui mantenimento e conservazione fu considerato un punto di riferimento costante del potere politico centrale dell’”ancien regime” contro ogni forma di rinnovamento e cambiamento, postulato da economisti ed innovatori, e che sacrificò per quattro secoli alla “ragion di stato”, elites politiche e culturali, imprese private, allevatori, pastori, agricoltori e contadini, e tutto questo in nome della “Ragion Pastorale”, per dirla con il ben noto testo sulle vicende doganali, scritto nel 1731 da Stefano De Stefano che lavorò più di trent'anni come giudice doganale a Foggia e fu poi Presidente della Dogana.
L'istituzione della Dogana ha posto alcuni problemi storiografici ai quali ci pare opportuno accennare.
Il primo riguarda la questione se tale istituto sia nato dal “genio” di Alfonso, improvvisamente, come Minerva dal cervello di Giove o se il Sovrano si sia ispirato alla lunga storia e tradizione dell'allevamento pastorale in Capitanata o, ancora, lui spagnolo, dall'analoga organizzazione della transumanza in Spagna e cioè dalla Mesta.
Tale questione, a mio avviso, non esiste, perché come ho già scritto altrove, non c’è una “nascita” della Dogana.
Lo aveva già notato il Braudel a proposito della Mesta spagnola asserendo che “il sistema della transumanza... è comprensibile soltanto alla luce di una lunga evoluzione anteriore”.
E pertanto il problema della “origine” va visto storicamente, non nella sola ricerca di una “vocazione” ab aeterno del Tavoliere di Puglia alla pastorizia (con i dotti richiami a Varrone, Culumella etc.) ma in quel concorso di circostanze storiche, per le quali si venne a costruire quella enorme struttura che impose alla Puglia e all'Abruzzo un regime che avrebbe dominato la sua esistenza per i secoli futuri.
Quanto al paragone con la Mesta spagnola, riporto le conclusioni del mio saggio citato, e nel quale ho evidenziato che nessun rapporto, nessuna somiglianza lega le due istituzioni della Mesta di Castiglia e della Dogana di Puglia e che le differenze fra i due sistemi sono così profonde che i riferimenti fatti in passato dagli storici e dagli economisti devono essere stati fatti solo per un accostamento superficiale e perché interessavano il comune fenomeno della transumanza.
Certamente Alfonso d'Aragona, spagnolo (anzi, castigliano più che aragonese, perché figlio di un principe castigliano e allevato alla corte di Enrico III era ben a conoscenza di quella che era la Mesta castigliana e il suo sistema organizzativo, ma egli non poté o non volle applicare tale sistema alla Dogana di Puglia.
Glielo vietavano le condizioni storiche ed ambientali, le consuetudini già esistenti della transumanza pugliese - da quella romana a quella angioma - e soprattutto la volontà decisa di dare al suo Regno una fonte fiscale di straordinaria rilevanza, una miniera d'oro da tenere in pugno con leggi severe e funzionari di stretta osservanza.
E così “La potente Dogana di Foggia assunse allora, in pratica, il controllo della intera economia della provincia di Capitanata. La sua ottica era, però, la più aliena dagli interessi locali in quanto volta, da un lato, essenzialmente all'incremento del fisco regio e, dall'altro, a favorire gli allevatori (quasi esclusivamente forestieri) dai quali il fisco attendeva le sue entrate. Dal protrarsi per alcuni secoli di un regime reso più rigido dagli stessi progressi della pubblica amministrazione di cui si avvale lo Stato moderno, sarebbero poi derivati alcuni dei più gravi ostacoli allo sviluppo della Capitanata, quando altre condizioni lo resero possibile”.
Altro problema, già accennato dal lavoro di Muscio e Altobella è quello che attiene alla c.d. “vocazione pastorale” della Capitanata, un problema che, specie alla luce degli ultimi 50 anni di storia agricola del Tavoliere, possiamo affermare sia stato spesso all'origine di tanti errori storici e di conflitti delle vicende della Capitanata.
In realtà la “scelta” pastorale fatta da Alfonso d'Aragona fu dovuta a quel concorso, come già detto, di circostanze storiche, a quel contesto di situazioni - dallo spopolamento della Capitanata a seguito delle guerre che resero impossibili le coltivazioni, al bisogno di entrate fiscali, all'esempio “redditizio” della Mesta spagnola, alle richieste di lana delle città tessili italiane, alla tradizione spagnola favorevole alla pastorizia - senza le quali l'istituzione doganale non sarebbe stata né conveniente né possibile.
Certo è che essa modificò in pochi decenni radicalmente quella che possiamo chiamare la “filosofia” sul territorio della Capitanata non solo in senso agronomico ma culturale, e tutto fu sacrificato a tale scelta.
C'è infine il problema della “longevità” della istituzione, ben trecentocinquanta anni cioè di una struttura, che sopravvisse a mutamenti di governi, guerre, calamità naturali, carestie, difficili congiunture economiche, tensioni interne e lotte feroci per interessi contrastanti etc. etc.
Una spiegazione valida ci viene data da John Marino che asserisce quella “longevità” essere scaturita dal Buon Governo (rifacendosi al noto titolo di uno scrittore della Dogana del XVII sec., il Gaudiani) che assicurò il mantenimento dell'istituzione Doganale per l'opera mediatrice dei governanti, - da Alfonso d'Aragona a Ferdinando il Cattolico, da Filippo II a Carlo di Borbone - che garantirono, in definitiva, un sistema che offriva giustizia e legalità in un mondo di soprusi feudali e di poteri ecclesiastici, una sicura tutela del mondo pastorale ed agricolo e questo da parte di una forte autorità politica centrale.
Un'ipotesi abbiamo detto valida, certamente per tutte le Dogane armentizie, ma tutta da verificare per la Dogana di Foggia e che contrasta con la realtà e le vicende difficili, tumultuose, spesso drammatiche, della sua storia.
Né buongoverno, né malgoverno (termine opposto caro a certa storiografia) ma solo un “lungo” governo, chiuso, intoccabile.
Comunque la discussione è aperta.
Non possiamo tuttavia chiudere queste note riguardanti la storia dell'istituzione doganale senza accennare al capitolo importante che è quello dell'opposizione, che spesso divenne ostilità e avversione, all'esistenza della Dogana.
Ci riferiamo non soltanto ai riformatori settecenteschi, agli economisti illuministi - dal Galiani al Cimaglia, al Palmieri al Filangieri, al Galanti - tutti decisi oppositori della Dogana, considerata da loro una barbarica istituzione, ma al ceto agrario, ai gruppi mercantili, agli allevatori “poveri” contro i “mas poderosos”, padroni dei pascoli più ricchi, ai giuristi che si opponevano allo strapotere del Tribunale speciale, agli oppositori della corrotta burocrazia doganale.
La storia della Dogana è fatta anche di conflitti di classe, di feroce antagonismo fra allevatori e agricoltori, fra riformatori e conservatori, fra produttori e commercianti, fra piccoli e medi proprietari, senza contare l'opposizione “politica” (basta pensare alla rivolta a Foggia di Sabato Pastore con Masaniello e alla Foggia “giacobina” nel 1799). 

2.      La Dogana delle Pecore e la Capitanata

L'istituzione della Dogana creò un impatto profondo e duraturo sulla Capitanata, condizionando e modellando non solo il territorio ma la popolazione e la società civile, rendendo stabile e permanente - sotto il rigido controllo dello Stato - quel fenomeno storico della transumanza, comune a tanti paesi del Bacino del Mediterraneo (sul quale scrisse pagine famose il Braudel) con i suoi tratturi, ed i pastori, con le loro consuetudini, religiosità e costumanze che hanno fatto parlare di “civiltà pastorale”, ed ispirato scrittori, poeti ed artisti.
Sotto la spinta di tale istituzione venne a configurarsi tutto il “paesaggio agrario” della Capitanata nei secoli XVI - XVII - XVIII, da Camillo Porzio, nel 1580, così descritto nella sua relazione al Viceré spagnolo a Napoli, Marchese di Montejar “È provincia assai giovevole alle altre del Regno ma in quanto a sé la più inutile che vi sia perché malissimo abitata di non buona area, priva di alberi e di legna, poverissima d'acqua”.
Tale è, infatti, in quegli anni, la immensa pianura del Tavoliere, piatta e desolata - per il forzato obbligo di destinare le terre al pascolo delle sterminate mandrie di ovini che in autunno scendevano dall'Abruzzo e dal Molise, priva di insediamenti rurali e contadini, per il divieto di inseminare le terre, di costruire case rurali e stabulari, di creare muri di contenimento che ostacolassero i pascoli, di piantare alberi... - e che diedero al Tavoliere di Puglia quell'aspetto che il Galiani nel '700, definiva simile “al deserto africano o alla barbara Tartaria”.
Centro dell'istituzione doganale fu certamente - dopo un breve periodo iniziale nel quale la Dogana ebbe sede a Lucera (1468) - Foggia, che divenne la prima città del Regno, subito dopo Napoli, per popolazione e importanza economica e per valenza amministrativa e giudiziaria, ancora oggi rimarchevole in alcuni dei suoi monumenti, il Palazzo della Dogana, il seicentesco Epitaffio (purtroppo in rovina e devastato dalla deformazione ambientale), punto di arrivo dei grandi tratturi, il Piano della Croce, la Fiera.
Ruolo determinante ebbe poi il potere giudiziario con il Foro privilegiato della Dogana in quanto l'istituzione doganale aveva sancito la giurisdizionalità ditale Foro su tutti coloro i quali nel Regno esercitavano la pastorizia o erano interessati all'industria armentizia e facendo di Foggia una delle più importan­ti sedi giudiziarie del Regno. 

3.      L'organizzazione Doganale

La struttura amministrativa e giurisdizionale della Dogana delle Pecore di Foggia, fu organizzata, nei secoli del suo funzionamento, come una “macchina" destinata a regolare, con norme precise ed efficaci, tutto il complesso mondo della pastorizia che faceva capo ad essa.
Una “macchina” burocratica, con una struttura piramidale e gerarchica, che rispondeva al potere centrale a Napoli - la Regia Camera della Sommaria - quando la stessa non funzionava secondo i desiderata che riguardavano essenzialmente la produttività e gli interessi del fisco.
Alla testa c'era il Doganiere, di nomina regia, nel quale si raccoglievano tutti i poteri amministrativi e giurisdizionali.
Non c'era nel Regno magistrato di più ampia autorità, particolarmente sentita nella città di Foggia, anche nei confronti dei Reggimentari (i pubblici amministratori).
Già al Monteluber, il primo Doganiere, fu riconosciuto il “mero et mixto imperio ac potestate gladii” cioè la piena giurisdizione civile e militare. Il Doganiere era anche il Presidente del Tribunale della Dogana.
Compiti del Doganiere erano la “professazione” (la conta) degli animali, la distribuzione dei pascoli e degli erbaggi, l'esazione della “fida” (le tasse sui pascoli) e la cura perché tutti i momenti della transumanza, e i commerci durante la Fiera funzionassero nel migliore dei modi.
Altri funzionari della Dogana erano l'Uditore, giudice di tutte le cause doganali e il Credenziere, di nomina Regia, procuratore del fisco ed esattore della “fida”, che era di fatto, come veniva appellato, una “spia del Re”, messo a quel posto a controllare le operazioni del primo, il quale, appunto per que­sto, entrò spesso in contrasto con il Doganiere.
Funzionari minori erano ancora il “Percettore” (cassiere ed economo), che rivestiva un ruolo importantissimo poiché gestiva tutte le entrate della Dogana; il “Mastrodatti”, (Segretario del Doganiere e conservatore degli atti e dell'Archivio), i “Cavallari”, addetti all'assistenza dei pastori e sorveglianti del buon andamento di tutta la Dogana, che, di fatto, dovevano essere gli “occhi” del Doganiere; ed ancora lo scrivano delle “terre salde”, lo scrivano delle “passate”, luogotenenti, ed un immenso sciame di subalterni ed addetti agli uffici.
Il Tribunale della Dogana aveva poi un proprio organico oltre l'Uditore e l'Avvocato fiscale, quale l'Avvocato dei Poveri, e vari giudici togati.
Altri personaggi autorevoli nella gestione della Dogana erano i Compassatori, o Regi Agrimensori, che curavano la misurazione dei terreni della Dogana, e i Pesatori di lana.
Questa, dei Pesatori, riguardava una delle funzioni più importanti della Dogana.
Essi, riuniti in “paranze”, erano eletti dagli allevatori e l'eletto poteva durare in carica tutta la vita e doveva riscuotere la fiducia sia da parte degli allevatori che della pubblica autorità.
Compito dei pesatori era quello di procedere alla pesa e all'imballaggio della lana prodotta che veniva rinchiusa in grossi sacchi – “balloni” - che venivano infondacati nei capaci magazzini della città ancora oggi esistenti.
Tutta la produzione laniera verificata dai pesatori era calcolata in rubbi che equivalevano a kg. 8,91.
Questo dunque il personale della Dogana che gestiva tutto il territorio ad essa affidato che comprendeva sia i terreni a pascolo del Tavoliere di Puglia che altri, ubicati in terra di Bari, in Basilicata e in Abruzzo, questi ultimi amministrati dalla Doganella di Abruzzo, diretta da un Luogotenente della Dogana.
Accanto a tali strutture “ufficiali”, operava anche - e rivestiva altrettanta importanza - una organizzazione parallela quella della “generalità dei pastori” volta a salvaguardare gli interessi degli allevatori, con a capo tre sindaci o deputati, con il compito, appunto, di tutelare la pastorizia nei molteplici rapporti sia con la Dogana che con i terzi.
Tutta la superficie amministrata della Dogana era divisa in un certo numero di dipartimenti detti locazioni, (per cui i proprietari delle greggi erano detti ”locati”) divise a loro volta in poste.
Le locazioni maggiori erano 23, di diverso valore dato dalla qualità dei pascoli. In genere le locazioni erano occupate dalle stesse “nazioni” o paesi di provenienza: ad esempio la locazione di Candelaro dal Comune di Roccaraso, quella di Castiglione da Lucoli, Sant'Andrea da Pescocostanzo etc. etc.
Per ogni locazione era stabilito il numero di pecore che essa poteva accogliere.
Le “poste” erano molto più numerose (da 350 a 500) e di minori dimensioni. Anche esse erano assegnate per lo più agli stessi “locati”.
Tuttavia, tutto il sistema delle concessioni dei pascoli dava luogo a favoritismi, illeciti, alla corruzione degli ufficiali della Dogana creando conflitti fra ricchi e titolati proprietari di gregge e i pastori più poveri.
Come si è detto non tutto il Tavoliere era destinato alla pastorizia ed infatti una parte del territorio era riservato alla coltura agricola, in genere alla cerealicoltura.
Erano le terre di “portata” con le loro masserie che venivano seminate col sistema a rotazione le quali durante il riposo ritornavano al pascolo e quindi sotto il potere doganale.
Un capitolo importante pertanto delle vicende della Dogana è quello ri­guardante i rapporti fra agricoltura e pastorizia, una storia lunga, difficile che vide prevalere, nell'uso dei terreni, ora l'una ora l'altra parte.
Possiamo comunque dire che il rapporto pascolo-coltivazioni era di 60% al pascolo e 40% a uso agricolo; un rapporto che spesso si modificò a favore dell'agricoltura (52% a 48% nel 1700) ma che, a causa della rotazione biennale, e della porzione di terre destinate al pascolo bovino, rimase sempre a favore della pastorizia. 

4       La pastorizia transumante fra Abruzzo e Capitanata (il patrimonio ovino -le razze ovine - le vie erbose - le stagioni pastoriali)

Sul fenomeno della pastorizia transumante sono stati scritti molti volumi di notevole valore storiografico: rinviamo per tutti a quello classico del Braudel.
Quella che ci riguarda è una particolare forma di transumanza che si riferisce solo ad un tipo di allevamento, quello ovino e la cui migrazione è a carattere stagionale.
Due sono le nazioni mediterranee nel quale tale fenomeno ha assunto maggiore rilevanza storica ed economica: la Spagna con la sua Mesta e l'Italia Meridionale con la sua Dogana.
In Spagna, dopo la cacciata dei Mori dalle pianure meridionali dell'Estremadura e della Mancia, gli allevatori settentrionali provenienti dalle montagne della Galizia, delle Asturie, del Leon e della Castiglia, intorno al 1150, iniziarono i loro spostamenti autunnali di pecore alla ricerca di pascoli invernali.
In Italia meridionale sul versante Adriatico della penisola, dalle montagne degli Abruzzi e del Molise gli allevatori presero a scendere verso la “Puglia Piana”, il Tavoliere di Foggia, con i loro greggi.
In Spagna come in Italia meridionale, tale migrazione di pastori diede vita a un sistema di vita, unico e caratteristico che ha configurato il loro territorio dalle lontane origini preistoriche fino a ieri. 

Le lunghe vie erbose

Le greggi transumanti, che comprendevano milioni di pecore, avevano bisogno di strade ampie e protette, con sicuri riposi, per le soste notturne (il viaggio durava da 4 a 6 settimane).
Tali strade erano chiamate tratturi ed erano larghe 60 passi napoletani (uguali a 111 metri), molto ampie, come si vede, e la cui larghezza nasceva da una esigenza pratica: le greggi, ben divise per proprietà e in considerazione del numero, non potevano che marciare affiancate.
Queste vie erbose fra l'Abruzzo, il Molise e la Capitanata si può dire siano sempre esistite, ma furono ufficialmente istituite, con tutte le loro regole e discipline, agli inizi del 1500.
I principali tratturi lunghi oltre 200 Km. erano tre: L'Aquila-Foggia, il più importante, detto il tratturo del Re che era lungo 243 Km.; il Celano-Sulmona-­Foggia, il Pescasseroli-Castel di Sangro-Foggia, i quali percorrevano strade diverse per giungere nel Tavoliere, ma di fatto ne esistevano molti altri di raccordo, i cc.dd. “tratturelli” e “bracci” che si collegavano ai tratturi maggiori.
Lungo i tratturi era proibito sconfinare, seminare, piantare alberi o porre ostacoli. Anche se passavano attraverso proprietà private erano esentati da tasse ed angherie.
Come si vede si trattava di una vera e propria rete stradale di oltre 3mila Km. che attraversava ben 13 province interessate alla transumanza.
Particolare rilevanza nella struttura della viabilità tratturale avevano i cc. dd. “riposi” cioè le aree destinate a far riposare e pascolare le greggi transumanti nel loro cammino fino al Tavoliere.
Essi erano numerosi lungo i tratturi e le pecore in transito potevano fer­marsi per 24 ore.
Ma i più importanti erano i “riposi generali” che erano destinati ad ospitare tutte le greggi prima di entrare nelle “locazioni” nei pascoli cioè loro assegnati, sotto la guida degli ufficiali della Dogana, cavallari e postaioli, per non creare disordini e contestazioni.

Tali “riposi generali” erano tre: quello del Saccione, lungo la costa Abruzzese al nord della Capitanata, nel terreno fra il Fortore, il Trigno e il Sangro, il più esteso; poi quello della Murgia, fra Andria e Corato a Sud e quello del Gargano nella zona di Apricena.
Anche l'entrata delle greggi nel Tavoliere avveniva attraverso passi ben stabiliti (essi erano 7 e cioè Guglionesi, Ponterotto, Motta, Biccari, Ascoli, Meffi e Spinazzola) ove erano controllati ai fini fiscali.
La storia della viabilità tratturale è una storia complessa che ha interessato oltre agli storici, antropologi, scrittori e poeti, basti pensare a D'Annunzio.
Ed infatti la migrazione ricorrente, due volte l'anno, di queste immense greggi, accompagnate da grandi “famiglie” di pastori, di butteri, di “quatrari”, con carovane di muli, asini, cavalli, cani da pastore, attrezzature per vivere sei mesi lontano da casa, pali e reti per gli stazzi, per accamparsi, doveva essere uno spettacolo certamente suggestivo ed imponente.
Su tutti, il pastore, nella sua “divisa” - il giubbone di pelle di manzo, il “buzzone”, i gambali di pelle di agnello e la “manta”, la coperta di grossa lana, con il cappello a cono ed in mano il caratteristico uncino, ornato ed intagliato - con le sue antiche costumanze e tradizioni patriarcali, la sua religiosità popolare, la devozione e il culto di Santi le cui festività servivano a calcolare il tempo (San Michele Arcangelo - che uccide il serpente, nemico del pastore - la Madonna dell'Incoronata) e che davano inizio alla stagione e segnavano il ritorno in Abruzzo, i suoi canti, tutto quello insomma che forma quella che è stata definita la civiltà del tratturo rimasta intatta per secoli, una cultura con caratteristiche uniche e singolari nella storia del nostro paese, basata sull'emigrazione dalla montagna alla pianura, attraverso valli e fiumi, sui litorali marini, negli spazi aperti, fino alla pianura sterminata e disabitata.
Tutto questo mondo era anch'esso organizzato con rigide gerarchie e precise mansioni.
A capo il “massaro” uomo di fiducia del proprietario; sotto di lui “il sotto­massaro" o caciaro incaricato della mungitura e della fabbrica dei formaggi; il capo buttero addetto al vettovagliamento e alla vendita delle produzioni ovine; i butteri addetti al bestiame “grosso” (cavalli, muli, asini, buoi).
C'erano poi i pastori divisi in categorie: gli scortellari (addetti alle pecore gravide), i carosatori (per la tosa), il buttericchio, il quatraro (ragazzo che aiutava tutti, ultimo della gerarchia).
Accanto a questo personale stabile ecco poi il variopinto mondo che viveva ai margini: i fiscellari (che facevano i contenitori dei formaggi e delle ricotte), il sorciaro (contro i topi), il luparo (contro i lupi), i ferrai, bastai, il “bassettiere" che acquistava le bassette, le pelli cioè delle pecore e degli agnelli macellati ed infine pifferai e zampognari così cari alla nostra tradizione.
Ci pare comunque necessario sottolineare l'opportunità di non indulgere in una immagine oleografica del pastore e ricordare la sua difficile esistenza, costretto a vivere isolato, lontano dai centri abitati, con l'ostilità dei “cittadini” e degli abitanti le masserie, considerato ignorante, primitivo e sempliciotto e che la sua vita si svolgeva per buona parte dell'anno nelle “lunghe vie erbose”, che erano spesso sentieri polverosi e fangosi, e nella desolata pianura del Tavoliere, con la sicura possibilità di restare vittima di stenti e della malaria tanto che il Manicone chiamava la Puglia “il sepolcro degli abruzzesi”. 

Il patrimonio ovino
Il patrimonio ovino che operava nelle terre della Dogana, con i suoi privilegi, diritti e criteri, era assai cospicuo.
L’”esercito” di pecore che venivano a pascolare nel Tavoliere era immenso. Si calcola che esso oscillasse da un milione e mezzo a due milioni di capi.
Da documenti archivistici che fanno riferimento alle entrate fiscali si ha notizia anche di presenze maggiori; nell'anno 1580, ad esempio, sotto il Governo del Doganiere Fabrizio Di Sandro, si parla di 4.250.000 pecore con un introito di 450.000 ducati ed analogamente nel 1604 di 5.500.000 pecore con un introito di circa 300.000 ducati.
Si trattava di veri ducati ma di pecore inesistenti in quanto i terreni a pascolo non avrebbero potuto contenere così gran numero di animali.
Ciò era dovuto alla finzione praticata dagli allevatori di dichiarare un mag­gior numero di pecore - e di pagarne la tassa - per avere più pascoli a disposizione, la qual cosa conveniva anche alla Dogana. La finzione contabile definiva tali pecore “pecore in aerea”: e cioè pecore in aria.
Comunque dopo la Mesta Spagnola che poteva contare su 3 milioni di capi quella del Tavoliere era la più grossa concentrazione pastorale dell'Eu­ropa mediterranea… 

Le stagioni pastorali

Il calendario delle emigrazioni delle greggi transumanti corrispondeva al ciclo agricolo. Le greggi si muovevano dall'alpeggio estivo prima delle piogge, all'inizio dell'autunno (“settembre, andiamo, è tempo di migrare...”).
L'anno pastorale pertanto durava da settembre ad aprile e i pastori potevano tornare in Abruzzo solo dopo aver venduto la lana e gli altri prodotti dell'allevamento e proceduto al pagamento della “fida”, tanto è vero che era proibito tornare in patria con gli animali “lanuti”.
Le greggi partite il 15 settembre dovevano giungere al Fortore entro i primi di novembre ed entrare gradualmente nelle “locazioni” a loro destinate entro il 25 novembre giorno di Santa Caterina.
Analogamente il ritorno ai pascoli estivi doveva aver luogo dal 25 marzo all'8 maggio.
Tutto il movimento delle greggi era regolamentato con norme precise affinché la “macchina” pastorale potesse muoversi e funzionare in maniera precisa. 

5.      Sistemi di allevamento

Il mondo della pastorizia transumante era un mondo chiuso, di tempi lunghissimi, di cicli sempre uguali, segnati dall'evolversi delle stagioni, in “paesaggi" e spazi immobili - montagna, pianura -, in cui operava un particolare tipo di individuo, il pastore, oggi scomparso, che faceva parte di una struttura sociale anch'essa fissa e consuetudinaria, sulla cui vita quotidiana andrebbero scritte pagine meno “georgiche”.
È ovvio pertanto che le tecniche di allevamento non potevano che essere sempre uguali e fisse e sulle quali crediamo opportuno fare una breve disamina anche allo scopo di paragonare quelle antiche tecniche a quelle odierne. 

I pascoli

Uno dei problemi più importanti dell'allevamento ovino era quello dell'alimentazione del bestiame che era naturalmente quello proveniente dai pascoli naturali.
Le terre al pascolo del Tavoliere non erano affatto uniformi anzi erano variegate al massimo, per la presenza di terreni più ricchi di pastura, meno acquitrinosi e quindi più ambiti dagli allevatori, contro quelle “poste” il cui terreno era pieno di radici, arbusti e piante spontanee spinose, che erano dette “frattose”.
Per cui il fitto, la locazione dei terreni, scatenava una concorrenza, una grande conflittualità per la conquista delle “locazioni” non solo con i migliori erbaggi ma per quelle collocate in terreni in declivo, che consentivano il flusso delle acque e la più facile costruzione dei provvisori ricoveri - i cc.dd. “scariazzi” - per il riposo delle greggi.
Fra le “locazioni” le migliori erano considerate quella di Rignano, che occupava i terreni attorno al Candelaro e quella di Orta, nella zona fra Orta Nova, Stornara e Cerignola, la peggiore quella di Canosa.
Quanto alla loro validità, visti con l'occhio odierno i pascoli del Tavoliere non erano certamente ottimali.
Lasciate a se stesse le immense pianure erano per lo più contaminate da acque stagnanti e quindi anche da erbe palustri (giunchi, canne, ferule...).
La maggior parte delle erbe erano poco adatte o inutili per le greggi (saponaria, convolvo, bosso, corniolo...) o addirittura velenose (il lupino, la cicuta, i ranuncoli, la segala cornuta). Le erbe più abbondanti erano la medica, la cicoria, il cardoncello, la gramigna... 

Le tecniche di allevamento

L'allevamento del tempo avveniva per gruppi di 200-250 pecore che era considerato ottimale e che aveva una struttura organizzativa unica.
Il problema principale era quello di mantenere sempre dello stesso numero e in equilibrio tale gregge. L'arco biologico dell'esistenza della specie, che oggi è di circa 13 anni, a quel tempo superava raramente gli 8 anni, una longevità alquanto bassa, per quanto riguarda la fertilità, le pecore rimanevano fertili dal 18esimo mese fino al 7imo anno, ma raggiungevano la prima età riproduttiva a 3 anni. Per ogni gregge di 200 pecore si tenevano 10 montoni, che in teoria, potevano ingravidare da 15 a 20 pecore l'anno, che a loro volta poteva sopportare gravidanze di uno o due agnelli, ma in pratica il rapporto era di circa 0,5 agnello per pecora, un tasso di fertilità anch'esso molto basso anche per il fatto che gli accoppiamenti erano lasciati alla natura. Con tale produzione gli allevatori tentavano di avere la migliore produzione di lana, carne e formaggio con la certezza che le greggi invecchiassero in modo uniforme, sostituendo le pecore giovani, di meno di 4 anni, a quelle invecchiate di 7 anni. In tal modo il gregge veniva ringiovanito costantemente.
Il periodo di gestazione era di 5 mesi fino a 140-160 gg. La riproduzione delle pecore era dunque limitata a due stagioni immediatamente prima e dopo la transumanza, in primavera e in autunno.
Le pecore che concepivano a settembre, prima che lasciassero il pascolo estivo, davano alla luce gli agnelli a fine febbraio, agnelli che erano tutti macellati data la scarsità di nutrimento invernale. Le pecore messe incinte a novembre partorivano gli agnelli alla fine di marzo e aprile giusto in tempo per la fiera di Foggia. Le pecore che concepivano alla fine di marzo producevano gli agnelli “primaticci” che nascevano nei pascoli estivi abruzzesi ed erano commercializzati alle fiere di Lanciano, Aquila e Tagliacozzo.
Un diffuso sistema considerato essenziale per la buona crescita degli armenti e per proteggerli dalle malattie era quella di somministrare loro notevoli quantità di sale. Tale era l'importanza di questo sistema che della distribuzione se ne occupava la stessa Dogana - con vantaggio cospicuo da parte dell'Arredamento delle saline di Puglia (Barletta) -, la quale si incaricava di distribuire ai pastori a prezzo conveniente la quantità di sale necessaria alle loro greggi che era valutata in 2 tomoli di sale per ogni cento pecore al prezzo di circa 40 grani a tomolo, un debito comunque per gli allevatori da pagarsi insieme alla fida.
Queste dunque le principali caratteristiche sull'allevamento ovino del tempo.
Sulle tecniche c'è da sottolineare il fatto che le consuetudini secolari e molti pregiudizi erano spesso motivo di rifiuto di ogni innovazione.
Per esempio un luogo comune assai diffuso era quello che l'accoppiamento coi merinos portava... all'aborto.
Anche per gli stazzi c'erano convinzioni radicate: ad esempio, che gli escrementi non andavano tolti e pertanto le pecore potessero giacere su strami di letame indurito, l'ostilità per la ventilazione dei ricoveri (nemico della pecora è il vento) le rastrelliere (la pecora mangia a terra), che la coda andava tagliata etc. etc. Anche assai discutibili, se guardiamo con occhi moderni, le tecniche della lavorazione del latte.

 La tosatura

Il momento più importante era quello della tosatura che aveva luogo in aprile. Le greggi venivano condotte in zone con corsi d'acqua dove erano lavate dopodiché si procedeva alla tosatura.
La tecnica per la tosa, effettuata da specializzati “carosatori”, una delle professioni tipiche del mondo pastorale; dopo aver abbandonato il primitivo e barbaro sistema di svellere, di strappare la lana dalla pelle della pecora, avveniva mediante lunghe forbici che causavano spesso ferite sulla pelle degli animali che venivano cauterizzate con pece.
La tosatura si svolgeva come una festa accompagnata come era, da canti, balli, libagioni… 

6.   La produzione: lane, formaggi, carni, pelli

L'allevamento ovino diede vita ad una grande industria dei prodotti della pastorizia: la lana, i formaggi, le carni, le pelli che, commercializzate, la maggior parte in occasione della Fiera di Foggia, furono fonte di un imponente, per i tempi, movimento economico.
Naturalmente tale produzione ebbe, nel lungo periodo, momenti diversi di contrazione ed espansione, dovuto a vari motivi: a cause naturali con le epizozie, le fluttuazioni climatiche, le pestilenze, le carestie, le angherie baronali, guerre... e a cause economiche, quali difficili congiunture non solo nel Regno ma europee, le crisi laniere, cadute di prezzi, che erano assai frequenti tanto da poter dire che la storia economica della Dogana è la storia delle sue ricor­renti crisi.
Va tenuto presente inoltre che tale produzione era legata alla commercializzazione dei prodotti per cui le sue vicende sono strettamente correlate all'andamento dei mercati, alla loro domanda e offerta.
Questo era particolarmente importante per il mercato laniero. Ci sono stati dei momenti infatti in cui la lana di Foggia godette di un mercato assai favorevole - durante la guerra dei cento anni - che tagliò fuori la lana inglese dai mercati europei. Altro periodo favorevole fu alla fine del 1500 durante il quale la lana abruzzese era considerata fra le migliori d'Europa e si può dire che l'industria dei panni fiorentina e veneziana vivesse sulla produzione acquistata sul mercato della Fiera di Foggia.
Una stagnazione della domanda si ebbe nel 600 durante il periodo spagnolo, a causa delle ripetute guerre intraprese dalla Spagna e dalla concorrenza del basso prezzo della lana castigliana. 

Tipi di lana

Il punto di forza della produzione ovina era naturalmente la lana.
Diversi erano i tipi di lana prodotti. Innanzi tutto la lana “maiorina” o maggiolina che formava la maggior parte della produzione, l'85% circa. Si trattava di lana bianca fine prodotta dalla Gentile che trovava un ottimo mercato.
C'era poi la lana “agostina”, che nasceva dalle pecore tosate in estate in Abruzzo e non commercializzata a Foggia, di minor valore e la lana “agnellina" prodotta dagli agnelli.
Accanto a questi tre tipi di lana di maggior pregio c'era la produzione di minor valore: la lana “nera” proveniente dalle altre razze allevate, la Moscia e la Carapellese, meno remunerative e che avevano uno specifico mercato interno per i panni ruvidi e i materassi.
E infine la “castratina”, “matricina” (prodotta dalle pecore infeconde), la lana “sboglia” (proveniente dalla tosatura delle estremità dei corpi delle pecore). 

La produzione

Per quanto attiene alla produzione laniera e alla sua commercializzazione, nel corso dei vari secoli siamo in grado di avere un quadro preciso tramite i documenti dell'Archivio di Stato di Foggia e ciò a causa dell'obbligo di vendere tutto il prodotto tramite la Fiera.
Tutta la produzione era infatti registrata dai Regi Pesatori che indicavano con precisione qualità e quantità di lana, proprietà, acquirenti. Sulla base di tali registrazioni diamo rapidi cenni della produzione naturalmente, per grandi periodi ed epoche.
Per il ‘400 e ‘500 mancano dati precisi che cominciano ad esserci col secolo XVII. Tuttavia sappiamo che la desertificazione del Tavoliere, la mancanza di concorrenza da parte dei coltivatori e quindi la ricca disponibilità dei pascoli favorirono la pastorizia e la produzione laniera.
Essa si aggirava mediamente sui quaranta, cinquantamila rubbi, dai quali si ebbe comunque un ottimo ricavato per la fortunata congiuntura e l'ottimo mercato che aveva la lana foggiana del quale si è già detto.
Nel ‘600 - il tragico secolo XVII - la produzione laniera fu, in generale al di sotto degli anni precedenti e visse alterne vicende, negative con una fonte di diminuzione di vendite e di prezzi a causa delle difficoltà di mercato e per la pessima amministrazione vice reale spagnola (alla ricerca di denaro per le guerre di Fiandra, la guerra dei trent'anni) il momento di maggior crisi del sistema doganale (la carica di Doganiere veniva venduta) l'imperversante banditismo le rivoluzioni (Masaniello), le pestilenze (la grande peste del 1656), ma anche positive con annate abbastanza favore­voli dopo il 1665.
I capi di bestiame ovino, presenti nel Tavoliere si ridussero da 2 milioni alla fine del ‘500 a 6OOmila nel 1635. Comunque la produzione laniera si aggirò mediamente sui 60.000 rubbi per giungere alla fine del ‘600 a 81.645.
Il ‘700, cessato il difficile periodo vicereale spagnolo e subentrato ad esso quello austriaco e poi dei Borbone, fu un secolo di forte crescita economica per la Capitanata e Foggia anche se segnato da due grandi catastrofi, lo spaventoso terremoto del 1731 a Foggia e la carestia e la moria avvenute in tutta la Capitanata nel famoso anno “della fame” il 1764.
La produzione ovina rileva un netto salto di qualità e quantità. Dai documenti dell'Archivio di Stato si è in grado di documentare tale produzione in maniera precisa anno per anno. La media si aggirò sugli 80.000 rubbi, vale a dire il prodotto laniero di oltre un milione di capi, la maggior parte di lana fine, bianca. Negli anni dal 41 al 44 e dal 49 al 51, dal 57 al 59 si ebbe una produzione di oltre 13Omila rubbi con punte di oltre 1OOmila rubbi nel 1780-85.
Il valore di mercato raggiunto da tale produzione fu certamente notevole tenuto conto che la lana veniva venduta a prezzi da 35 a 40 ducati a rubbio con punte fino a 50 ducati, per cui l'entrata del mercato laniero raggiunse in quegli anni la cospicua cifra di oltre 4OOmila ducati.
Tale produzione laniera rimase stabile anche nella prima metà dell'800 anche se la concorrenza delle lane extra-europee fece svalutare la produzione foggiana e crollare i prezzi. 

La produzione di formaggi

Il secondo prodotto della produzione ovina era quello dei formaggi o, come si diceva allora, dei caci.
Si trattava di una produzione notevole, specie se si tiene conto della scarsa attitudine lattiera della Gentile, che proveniva dal latte prodotto da oltre un milione di pecore e che veniva commerciato in prodotti freschi (ricotte e butirri) ma per la maggior parte in caci pecorini stagionati.
Il formaggio non veniva quasi mai lavorato dai pastori che si limitavano a raccoglierlo in pasta che veniva venduta ai commercianti (chiamati “quaratini” da Corato in terra di Bari) che li confezionavano in forme di varie grandezze (di 20, 30, 80 e 100 rotoli =  890 gr. di peso) per venderli.
Va ricordato che il consumo di formaggi freschi e stagionati costituiva a quei tempi una integrazione alimentare necessaria e di largo consumo.
Le vendite avvenivano a peso, per cantaio, che equivaleva a circa 90 Kg. Anch’essi per una parte cospicua venivano commercializzati alla Fiera di Foggia.
I dati a partire dal 1700, riportano una produzione assai variabile di anno in anno, per ovvie ragioni, con una media da cinquanta a sessantamila cantaie, con punte di 70, 80 mila negli anni '56-'59 e '63-'65.
Il mercato del formaggio pecorino era integrato dal formaggio di vacca, proveniente dal bestiame “grosso” allevato nelle masserie, che produceva i famosi caciocavalli che avevano un ottimo mercato. 

La produzione carne
Se prendiamo come numero base ancora un milione di pecore si vede che a un tasso di fecondità di 0,5 agnelli per pecora, si hanno 45Omila agnelli dei quali 3OOmila da destinarsi al macello.
Un numero notevolissimo di animali, con un florido mercato che veniva commercializzato a Foggia in primavera e in autunno in Abruzzo.
Particolarmente apprezzati i castrati in quanto la loro carne era considerata, secondo un mercante del tempo “gustosa ed odorosa e non con nausea pecorina” (sic!).
I compratori venivano dalla Toscana, dall’Umbria, dalla Romagna e soprat­tutto dallo Stato Pontificio, come ricorda il Galanti.
I dati che abbiamo e che si riferiscono solo al ‘700, che riguardano solo il bestiame primaverile, parlano di una media annua commercializzata di 40-6Omila agnelli (con punte fino a 96mila nel 1782) e di 20-3Omila castrati (con punte di 4Omila nel 1785). 

Le pelli

Ultimo prodotto il pellame: quello delle pecore e degli agnelli che, in misura certamente minore, era comunque una fonte di entrata della pastorizia.
Esso, per la scarsa quantità, non era commercializzato dagli organi “ufficiali" (e pertanto non siamo in grado di poterne dare quantità e prezzi) ma da mercanti ed incettatori detti “bassettieri”, che rivendevano, quelle di agnello, nel napoletano alle industrie di guanti e quelle di pecora, destinata alla con­fezione della cartapecora, per lo più a industrie romane e fiorentine. 

7.      Foggia mercantile e la sua Fiera

Il titolo di questa parte della relazione ripete quello di un volume di Raffaele Colapietra e Antonio Vitulli scritto nel 1989 in occasione del 5Oenario della fondazione dell'Ente Fiera di Foggia.
Il volume contiene la storia della secolare Fiera di Foggia le cui vicende sono strettamente correlate a quelle della Dogana, con una peculiare caratteristica, l'identità di tale mercato con la sua città, Foggia, uniti in una simbiosi senza confronti nella storia del Mezzogiorno d'Italia tanto da poter dire che la città e la sua Fiera si identificavano.
Infatti Foggia viveva - ieri come oggi - la sua “stagione” più lieta con feste, spettacoli teatrali, manifestazioni religiose e soprattutto con la presenza di numerevoli forestieri provenienti da ogni parte del Regno, dell'Italia e dell'Europa, durante il periodo fieristico.
Tutto questo faceva di Foggia certamente la più viva, economicamente e culturalmente, città del Regno subito dopo Napoli.
Sul valore mercantile della Fiera si è già detto, come ricordava anche il Galiani che essa costituiva “il cuore del Regno di Napoli per attirare valuta estera”.
Naturalmente il suo punto di forza era dato dal fatto di essere un mercato privilegiato - ed obbligato - per tutta l'industria pastorale del Regno, oltre al fatto che lo Stato percepiva qui le sue tasse più cospicue.
Si pensi soltanto al prodotto lordo che ogni anno proveniva dal commercio laniero, lattiero-caseario e della carne e che si aggirava, come si è detto, mediamente, ad esempio nel secolo XVIII, in 500.000 ducati. Una somma enorme della quale un terzo proveniva dall'esportazione dei prodotti e che sta a dimostrare che alla Fiera di Foggia si commercializzava il 10% di tutte le esportazioni del Regno.
Fu questa certamente una delle ragioni della lunga durata del sistema economico della Dogana e della convenienza ad investire nell'allevamento anziché nella attività agricola.
La Fiera inoltre serviva da borsa merci in quanto i prezzi “spuntati” per la lana e i formaggi servivano da calmiere e da base per le contrattazioni del settore, non solo nel Reame ma in tutta l’Italia.
Se pensiamo che lo stesso movimento mercantile avveniva, dopo l’estate, per il grano e che Foggia era considerata “il granaio del Regno”, non si può disconoscere la grande importanza economica che la città ha rivestito per secoli, prima dell'Unificazione.
Altra caratteristica del mercato foggiano era quella della modernità del tipo di credito bancario utilizzato per manovrare capitali così cospicui… 

8.      La fine della Dogana: il periodo napoleonico - il Tavoliere - l'Unificazione e la vendita dei beni della Dogana
Si è parlato di date fatali per la storia di Foggia, ebbene, non c'è dubbio che anche quella del 25 febbraio 1806 fu una di queste.
Il “Giornale Patrio” riporta infatti per quel giorno: 'Martedì 25 febbraio - giornata fredda - Questa mattina alle ore 17 giungono qui le truppe france­si...”.
Comincia il decennio napoleonico.
E fra le rivoluzionarie e radicali leggi emanate dal nuovo regime, fu, primo provvedimento, quello che investiva la città, la provincia e le regioni vicine: la legge 21 maggio 1806, che sanciva l'abolizione della Mena delle Pecore di Foggia.
Giunge così a termine la lunga storia di questa istituzione la cui abolizione ebbe conseguenze profonde nell'economia della Capitanata e del Regno.
Modi di applicazione e risultati sono stati oggetto di differente valutazione fra i contemporanei e gli storici. Ma una cosa è certa: che la legge che “affrancava" l'immensa proprietà della Dogana, vendendola ai “locati” o ai migliori offerenti annullò per sempre la “Ragion Pastorale”, modificando profondamente la struttura agraria del territorio, specie per quanto attiene al rapporto pastorizia-agricoltura, a favore di quest1ultima, anche se è pur vero che per agricoltura va intesa la monocultura cerealicola.
L'ultimo dei grandi Doganieri, Giuseppe Gargani, allontanato dai Borbone dopo il glorioso periodo della Repubblica napoletana del 1799 e rimesso al suo posto da Giuseppe Buonaparte, restò nella sua carica solo due mesi, per assistere alla fine della secolare istituzione e, avendo subito l'umiliazione della perdita del suo immenso potere, subito dopo ebbe a morirne.
Come è noto, la “rivoluzione” dei napoleonidi - di Giuseppe Buonaparte prima e di Gioacchino Murat dopo - non poté sortire tutti i suoi effetti perché essa ebbe vita breve e la Restaurazione - con il ritorno dei Borbone - si preoccupò di ristabilire quell'equilibrio nella vita delle campagne che l'aboli­zione della Dogana aveva rotto.
I Borbone tuttavia né poterono né vollero restaurare semplicemente la vecchia Dogana e diedero vita ad una nuova disciplina delle terre del Tavoliere con l'istituzione del Demanio del Tavoliere, alle dirette dipendenze del potere centrale e sul quale si accese una furiosa polemica con gli economisti del tempo.
L'ultimo periodo borbonico (1815-1860) visse perciò in bilico fra l'esigenza di mantenere il vecchio regime vincolistico, sia pure con le opportune modi­fiche e le nuove esigenze, che nascevano dalla borghesia agraria insofferente di tale regime e dell'isolamento dell'economia del Regno nei confronti del resto dell'Italia e dell'Europa.
E pertanto la “liberalizzazione”, iniziata nel periodo napoleonico non poté non continuare negli anni successivi sotto la monarchia restauratrice dei Borboni (sancito dalla legge del 13 gennaio 1817).
Infatti nel periodo fra il 1806 e il 1860 furono dissodate nel Tavoliere 56.000 versure, che furono destinate alle culture cerealicole e arboricole.
Con l'Unificazione cessa definitivamente il regime della vecchia Dogana e del suo degradato figlio, il Tavoliere.
Come è noto l'abolizione del Tavoliere e l'affrancamento delle sue immense proprietà, avvenne nel modo peggiore, senza tener conto non diciamo, degli interessi dei fittuari e delle popolazioni rurali, ma di scelte innovative agronomiche e tecniche.
Prevalse l'interesse da parte del Governo - nella persona del rigido difensore del pareggio del bilancio dello Stato, oberato dai debiti di guerra, il Ministro Minghetti - a liquidare il patrimonio della Dogana (oltre 300.000 ettari) al fine di avvantaggiarne il più possibile le finanze statali.
Il valore delle terre da riscattare fu stabilito in 22 volte il canone di fitto da pagarsi in 15 rate annue.
Ma tale riscatto, coattivo, costrinse all'indebitamento la maggior parte dei censuari.
Ciò diede il via alla speculazione da parte del capitale finanziario e commerciale, e i terreni della Dogana finirono per dar vita all'enorme proprietà latifondistica che caratterizzò la Capitanata dell'800.
La semina dissennata di cereali portarono alla distruzione dei pascoli e di fatto alla fine della pastorizia.
Si inizia così nel Mezzogiorno e nella Capitanata quel processo perverso che porterà alla crisi agraria e alla conflittualità delle campagne negli anni di fine secolo.
Ma questo è un'altra storia…


Da “Agricoltura e pastorizia in Capitanata”

 PASTORI E CONTADINI NEL TAVOLIERE: DUE “CULTURE” A CONFRONTO

Negli ultimi anni la pastorizia, ed in particolare quella delle pianure dell’Europa meridionale che, tra le forme di organizzazione dello spazio, si definisce più propriamente come transumanza, è stata oggetto di importanti ricerche, che hanno prodotto importanti innovazioni anche dal punto di vista metodologico. Agli approcci tradizionali, oscillanti di volta in volta, a seconda delle congiunture storiografiche, tra la storia delle istituzioni e la storia economica, altri se ne sono aggiunti, negli ultimi anni, sulla base della ripresa di alcuni temi geo­storici, presenti nelle celebri pagine del Braudel de La Méditerranée. Dal territorio e dai quadri ambientali, proprio attraverso la geografia umana e il concetto di “genere di vita”, si perviene all’antropologia economica, utilizzando sovente la nozione complessa di “civiltà”. Nelle brevi note che seguono ci riferiremo al conflitto tra agricoltori e pastori, incrociando un’analisi strutturale con considerazioni sulla diacronia e mettendo a frutto - rapsodicamente - differenti approcci e una variegata gamma di fonti.
1. Uno sguardo dal versante etno-antropologico
Il rapporto di concorrenza tra le due attività - ha scritto U. Fabietti - scaturisce dall’inconciliabilità che si determina tra l’agricoltura, intesa come investimento fisso di energia umana in una certa porzione di terra mediante un processo lavorativo continuo e stabile, e la pastorizia intesa invece come sfruttamento del suolo mediante sistematico spostamento di animali da un’area all’altra.
Anche a voler considerare una forma di pastorizia semi-stanziale come la transumanza, le ragioni del conflitto non sembrano molto minori. La riduzione degli ambiti del pascolo a due - le erbe estive e quelle invernali - e la delimitazione del pascolo di pianura entro i confini della “posta” assegnata non eliminano il conflitto. Si consideri solo la necessità dei lunghi spostamenti lungo i tratturi, le cui erbe dovrebbero costituire il pascolo per gli ovini per molte settimane di lento percorso. E’ ovvio che gli sconfinamenti, le “scommessioni” nei seminati contigui non siano del tutto infrequenti, in una geografia delle utilizzazioni colturali oltremodo intricata, dove le terre di “portata” confinano, sovente, con il tratturo e con il pascolo. Peraltro la permanenza per molti mesi l’anno di alcune migliaia di pastori nelle poste armentizie spesso prossime ai ricchi “ristretti”, pieni di orti, alberi da frutta e vigneti, dei numerosi centri abitati del Tavoliere rende più probabili che altrove i furti campestri. Viceversa, sovente i pascoli ovini incustoditi da maggio a novembre sono “devastati” dal morso degli animali da lavoro dei massari di campo e i tratturi “rosi” dalla zappa del contadino:
Le pecore [...] Maestà - si legge in una supplica al Re di un pastore di Roseto, nel Teramano - debbono andare per aria, perché non si sapeva dove fosse il tratturo essendo stati occupati i tratturi, riposi, scaricatoi, tratturelli, divisi tutti i demani, senza restarne il quarto per le pecore.
Ma, al di là delle evidenze storiche del conflitto nel contesto cui ci riferiamo, ritorniamo alle considerazioni di ordine antropologico dalle quali eravamo partiti. Si consideri - con Fabietti - l’opposizione tra i due cicli produttivi: “Per poter beneficiare del prodotto del suo lavoro, l’agricoltore deve infatti attendere la fine del ciclo stagionale”, preservando da ogni minaccia al potenziale produttivo le aree coltivate e fondando la sua sussistenza sul consumo del prodotto ottenuto nel ciclo precedente. Il pastore, invece, “può trarre i mezzi del proprio sostentamento direttamente dagli animali allevati in modo continuo”. Tuttavia se “il ciclo produttivo pastorale è immediato, risulta più vulnerabile” del ciclo agricolo, in quanto eventi climatici sfavorevoli possono distruggere un raccolto, ma non la base produttiva, mentre, come spesso avviene nella Dogana, una prolungata siccità o una nevicata abbondante con freddo intenso può distruggere la stessa base produttiva, cioè il gregge. Inoltre, “l’agricoltore può diversificare la produzione diminuendo i rischi, […] il pastore non può fare altrettanto”. Si consideri, infine, - ma su questo ci soffermeremo più avanti - il conflitto, dentro una stessa utilizzazione pascolativa del suolo tra gli animali da lavoro, come sono i buoi impiegati nelle masserie di campo, e gli animali da reddito, come sono le pecore.
Non sono che alcuni dei temi di un conflitto tra due attività produttive che leggono, di conseguenza, lo spazio in maniera opposta. Un documento prodotto nel vivo della polemica antipastorale ed antivincolistica ce ne offre un’evidente testimonianza:
Le ragioni pastorali o le loro pretensioni sono poco accomodabili - scrive Melchiorre Delfico - allo scopo del sociale miglioramento. I deserti più spaziosi ed interminati alla vista sono più deliziosi ai sguardi de’ pastori e alle loro intime sensibilità che le più ben coltivate campagne ed i più ameni giardini.
C’è, qui, certo, il tono della polemica illuministica e riformatrice, ma è, comunque evidente - come ci ricordano gli antropologi - la lettura opposta dei dati spaziali.
Il pastore “legge lo spazio in negativo rispetto al non pastore - ha scritto l’antropologo sardo Giulio Angioni - vede l’utile e il pieno proprio là dove gli altri utilizzatori dello spazio ci vedono l’inutile, il vuoto, l’intermedio”. Non è, come si potrebbe pensare, la riproposizione del conflitto tra natura e cultura, tra spazio “dato” e spazio “prodotto”. Lo spazio “naturale” della pastorizia è infatti, a sua volta, uno spazio costruito, non solo perché frutto di pratiche e rappresentazioni, ma anche perché lo spazio “naturale” - e la cosa è particolarmente evidente per la transumanza appulo-abruzzese - viene “prodotto” dagli uomini come spazio pastorale. Infatti, la transumanza è nelle penisole settentrionali del Mediterraneo - come scriveva Braudel - attività “fortemente istituzionalizzata, posta al riparo di salvaguardie, di regolamenti, di privilegi”. Le istituzioni doganali, nel Mezzogiorno, disegnano e costruiscono il paesaggio naturale, distinguendo gli spazi dei pastori, le poste e le locazioni, da quelli dei massari di campo. La fitta rete di tratturi, tratturelli e bracci, inoltre, disegna una viabilità alternativa, per ridurre al minimo le manifestazioni del conflitto strutturale tra le due pratiche. Certo, si sbaglierebbe a datare questo processo di “costruzione” differenziale dello spazio a partire dalla ben nota “prammatica” di Alfonso d’Aragona di metà ‘400. Sono numerosi, infatti, gli interventi normativi precedenti, a partire dall’età romana fino alla vigilia del regno aragonese. C’è, inoltre, una pratica, regolata da consuetudini, che resiste all’indebolimento della prescrizione normativa nell’alto Medioevo e nelle difficili e talvolta lunghe fasi di passaggio tra diverse forme di titolarità del potere; una pratica che, al pari delle norme di legge, comunque definite, mira a controllare e disciplinare il conflitto, definendo le condizioni di una possibile coesistenza.
Non c’è dubbio alcuno, tuttavia, che da questo punto di vista sia la “prammatica” del 1447 a costruire una “macchina”, legislativa e istituzionale, complessa, che utilizza in parte il corpus normativo precedente e, soprattutto, mette a frutto le novità strutturali, che in più di un contesto mediterraneo portano all’istituzione delle Dogane.
Parimenti, non c’è alcun dubbio sulla caratterizzazione della Dogana di Foggia come “buon governo”, cioè istituto di mediazione tra interessi confliggenti, tra pastori e agricoltori, concorrenti ed “allo stesso tempo complementari tra loro all’interno della medesima nic­chia ecologica”. La regolamentazione delle rotazioni sulle terre di “portata” e sulle altre masserie di campo definisce, a questo riguardo, le condizioni di una possibile integrazione.
Se il conflitto tra pastorizia transumante e agricoltura sembra un dato strutturale in contesti caratterizzati da un’alta densità di popolazione - almeno rispetto alle aree di pastorizia nomade, ad esempio, del Magreb - ci pare interessante riflettere sulle sue differenti congiunture e su uno dei meccanismi del suo governo: il Tribunale della Dogana.
Ma, al di là della variabile congiuntura del conflitto, conviene par­tire dalle evidenze culturali di esso, dal modo in cui i gruppi sociali si percepiscono.
                                                          Quannu lu pecurare va a la messa
                                                          ci crede d’ purtà la morra ‘ppress!
                                                           Po’ ce’ vota ‘face ‘lu campanar
                                                           che bella staccia p’ fa’ lu pagliar
                                                                  ci ficca dint’, vede l’autar:
                                                           che ‘bbella chianca p’ pesà lu sale

Così recita un canto pubblicato dal Papa nel dialetto di San Giovanni Rotondo. In realtà tale composizione popolare si ritrova anche in altre regioni: una versione lucana fu raccolta negli anni Cinquanta da Ernesto De Martino ed è stata correttamente riproposta da Giambattista Bronzini come espressione satirica, frutto dell’opposizione tra agricoltori e pastori.
Non è la sola testimonianza del conflitto:
                                                                    Abbrile mie curtese,
                                                                      mprestami nu jurn
                                                                        de lo tu mese
                                                                     pe’ fa’ murì li pécure
                                                                         a lu ‘bbruzzese

Così recita un’altra filastrocca raccolta dal Papa, che peraltro non manca di rilevare la difficile integrazione degli Abruzzesi in Capitanata: “In paragone degli stessi provenzali di Celle e Faeto, degli stessi albanesi di Chieuti, Casalvecchio e Poggio Imperiale, gli Abruzzesi, trapiantandosi nella Capitanata [...] furono i più refrattari ad accomunarsi con gli abitanti di origine”.
Si potrebbe continuare sul versante pugliese e cerealicolo del conflitto; conviene, tuttavia, dare uno sguardo dall’altra parte del fronte, dal versante abruzzese e pastorale. Da questa parte ci sono motivi di duplice segno: da un lato il tema della pastorizia abruzzese come un grande, pacifico, inoffensivo - e redditizio per lo Stato ­ gregge insidiato da numerosi e voraci lupi, reali e figurati; dall’altro, nella memorialistica di fine Ottocento - quando ormai la transumanza è una pratica residuale - c’è l’affermazione del primato abruzzese sulla “Daunia vassalla”, che invierebbe ogni anno, con i pastori che risalgono le montagne verso i pascoli estivi, i suoi “umili tributi” al’” Abruzzo signore”. La pastorizia abruzzese avrebbe dato una parte di senso ad una “provincia - aveva già scritto alcuni secoli prima Camillo Porzio - assai giovevole alle altre del regno, ma in quanto a sé [...] la più inutile che vi sia”. Infine, l’orgoglio che deriva dall’essere oggetto della protezione regia: “Dio non vuole bene al villano - si diceva il pastore, sul punto di partire per le salubri montagne, nella novella Agnus Dei di Bacchelli, ambientata nella malsana campagna nei pressi di Manfredonia - e gli pareva di essere uomo del Re, e si gonfiava di orgoglio e di salute”. E, ancora, la ripresa del primo tema nel pastore rosetano, citato in precedenza, che rimpiange il tempo in cui il “Tribunale della Dogana [...] per la verità e giustizia proteggeva il patrimonio reale che erano le pecore”, mentre ai suoi giorni (si era nel 1825), i pastori che scendevano in Puglia “stavano sempre con la borsa aperta, e con le spalle pronte per ricevere bastonate, nè vi era dove ricorrere, giacché i giudici erano la maggior parte paesani e per conseguenza nemici dei pastori”.
Quando, come vedremo, nel secondo Settecento la pastorizia transumante è sulla difensiva e, per di più, si va alla scomposizione dello stesso fronte pastorale, sulla spinta dell’acquisto di pascoli da parte di locati pugliesi, il tema prevalente diviene quello del contrasto tra necessità e scelta: “I pugliesi son locati per accidente, ma gli abruzzesi lo sono per necessità, non potendo altrimenti vivere, se non per mezzo della pastura”. Infatti, “ gli Abruzzesi - si legge in una memoria contro la pretesa di locati pugliesi di far parte della Generalità - non (hanno) nelli loro paesi né vigne, né campi, né altro modo come sostenere le loro case”. Quindi, ne consegue una caratterizzazione dei pugliesi come “indifferenti e temerari”, mossi dalla logica della speculazione, e degli Abruzzesi come “orgogliosi e tenaci”, ostinati a condurre avanti “una industria che per essi è necessaria quanto è necessaria la vita”.
Il dibattito di fine Settecento è un grande creatore di stereotipi che ripetutamente sono stati ripresi nei decenni successivi, a partire dalle connotazioni etno-antropologiche cui abbiamo fatto riferimento. In particolare il tema della Tartaria e della Scizia, cui il Tavoliere della transumanza assomiglierebbe, ritorna ripetutamente nei testi dei riformatori; parimenti in guisa di Tartari o Sciti nomadi sono caratterizzati i pastori abruzzesi. Si tratta - è evidente - di un argomento della “pamphlettistica” abbondantemente prodotta dai difensori delle due “ragioni” a confronto. Converrà tuttavia restare un attimo sul tema, con un riferimento agli studi sui modi di vita delle recenti ricerche etno-antropologiche.
Buona parte degli studi di antropologia disponibili riguarda, tuttavia, la pastorizia propriamente detta, quella nomade, mentre la pa­storizia transumante, regolata e “civilizzata” da una complessa amministrazione, nonché costretta a convivere con agricolture sviluppate e sistemi urbani complessi, non pare del tutto riferibile agli schemi più consueti. Tuttavia l’orgoglioso senso di dignità individuale, la necessità di “una grande misura di durezza fisica e di resistenza”, una “prontezza nell’ingaggiar battaglia per proteggere gli animali contro gli uomini ed altre bestie” e forse una certa dose di machismo, paiono connotati comuni alle due forme di pastorizia. Meno trasferibile alla transumanza ci pare l’individualismo tipico del nomadismo, mentre nelle società pastorali centro-meridionali forte è il senso del gruppo, della comunità locale o, come si legge nelle fonti della Dogana, della “nazione”.
Ma torniamo alle fonti storico-letterarie che documentano il conflitto. Spesso sono le stesse fonti abruzzesi a fornire al fronte antipastorale pugliese argomenti sociologici forti contro la transumanza. Cosi Carlo De Cesare riprende da Leonardo Dorotea una caratterizzazione a tinte fosche del mondo dei pastori:
Essendo questa classe nomade in preferenza delle altre, racchiude la sua vita civile ne’ soli materiali interessi, contentandosi unicamente delle fisiche soddisfazioni [...] Usi a conversare coi bruti soltanto, perdono i sentimenti di umanità, quindi i reati più atroci si verificano tra essi [...] L’istessa abitudine di distruzione li mette in gara continua con il resto della popolazione [...] Possono dirsi di formare il contrapposto della massa istessa d’altronde pacifica, morale, religiosa, ospitale, civile.
Ma solo pochi decenni prima il pugliese “avvocato dei poveri” Domenico Maria Cimaglia aveva lodato la lealtà e l’onestà dei pastori abruzzesi: “non è possessore di armenti che non si ponga tutto in mano degli apruzzesi, de’ quali la lealtà e l’onestà è forsi la maggiore, che nel genere umano sperar si possa”. E, qualche anno dopo, sarà il frate Manicone ad opporre i “poggi” delle masserie di campo alle poste armentizie.
Lontani egualmente dall’ozio, dall’ubbriachezza, e dagli altri vizi che infettano le città, non conoscono la miseria, e lo stento, che opprime gli infelici abitatori de’ Poggi. Educati da genitori religiosi sono ottimi cristiani ad un’ora ed uomini onesti. In una parola, ciascuna capoposta è una società che fa risovvenir gli aurei costumi di Arcadia, essendo abitata da uomini urbani, officiosi, ospitali, ed innocenti.
Peraltro il pastore rozzo e ignorante, in realtà, si rivela più spesso alfabetizzato del contadino, spesso lettore “perloché quasi sempre ­scrive Angeloni - nelle loro capanne li trovi provvisti di qualche libro”.
Non sono pochi, inoltre, gli esempi di pastori-poeti, a cominciare da Antonio de Matteis di Pescocostanzo, vissuto nel Cinquecento e ricordato da Francesco Sabatini, per finire al più noto Cesidio Gen­tile di Pescasseroli, di cui scrive Benedetto Croce, o agli ignoti poeti, autori dei canti raccolti poco prima dell’Unità da Francesco Bruni.
Quale che sia la realtà storica - sempre molto più articolata di ogni stereotipo -, è importante considerare come si elaborino queste caratte­rizzazioni, sempre molto nette, che oppongono due “mondi”, due civiltà. C’è, inoltre, una identificazione - diremmo preliminare - delle due comunità che passa attraverso l’abbigliamento. Un’attenta descrizione dei “vestimenti degli abitanti delle capoposte”, cioè dei pastori, ci viene proposta dal frate Manicone:
Lunghe pelli pecorine colla lana al di fuori, che diconsi pelliccioni, ricoprono le braccia, e dal collo alle ginocchia. I calzoni sono di pelle. Simiglianti pelli colla lana in dentro vestono le gambe. Le scarpe sono d’assai doppie e dense, la berretta è di massiccia lana; e il cappello è nella rigida stagione ben ligato colle falde piegate sulle pareti laterali della testa.

2. La congiuntura del conflitto

Se il conflitto è strutturale, non manca di divenire particolarmente acuto e stridente in alcune fasi nella lunga età moderna. Già alla fine del Quattrocento, quando la popolazione meridionale comincia a riprendersi dalla lunga baisse demografica successiva alla peste nera, il dissidio appare evidente: nel 1479 i massari foggiani lamentano l’impossibilità di far pascolare gli animali da lavoro (i buoi “domiti”) se non vengono salvaguardate le mezzane dal dilagare delle greggi. In un sistema a bassa produttività, l’uomo e gli animali sono immediatamente concorrenti nell’uso delle risorse disponibili, soprattutto in contesti di densità di popolazione medio-alta. Inoltre gran parte dell’energia investita nei processi produttivi in agricoltura è di origine animale (si pensi ai buoi e ai cavalli per il tiro dell’aratro, per l’erpicatura, la trebbiatura, i trasporti). Tale conflittualità durerà finchè non diventeranno altre le fonti primarie dell’energia impiegata in agricoltura (i combustibili fossili per i motori a scoppio). Fino a quel momento, ad ogni estensione dell’area del seminativo si accompagna quella dell’area destinata al pascolo degli animali da lavoro (nel Tavoliere convenzionalmente si attribuisce alla mezzana un quinto della superficie a seminativo). Peraltro una parte della superficie coltivata serve a produrre biade (orzo, avena), impiegate prevalentemente per l’alimentazione animale.
La seconda metà del Cinquecento, quando la popolazione del Regno di Napoli cresce a ritmi sostenuti, è un fase di contrasti violenti che, come è noto, inducono le autorità doganali da un lato ad ordinare un’importante reintegra, dall’altro a trasferire alla coltura una quota delle terre a pascolo.
Una congiuntura di segno nettamente diverso si registra nel XVII secolo: prima la mortalità ovina del 1610-11, poi la peste del 1656, preceduta da eventi epidemici d’altra natura, ma in alcuni casi di analoga gravità, riducono prima da un versante - quello della pastorizia -, poi dall’altro - quello della cerealicoltura -le spinte al conflitto.
Nel Settecento la congiuntura si rovescia ancora una volta e le due pratiche di utilizzazione del suolo tendono allo scontro, giacché la domanda dei prodotti più importanti della pastorizia - la lana - e della cerealicoltura - il grano - è in forte crescita. “Il Pugliese non vuole che cultura - scriverà Galanti -, l’Abruzzese non vuole che pascoli”; l’opposizione quasi antropologica tra i due “popoli” in realtà traduce una difficile conciliabilità che la carestia dei primi anni Sessanta non fa che esasperare. Ma questa volta ci sono dei dati nuovi: da un lato l’incipiente rottura della ciclicità nel rapporto popolazione-risorse, che secondo una procedura malthusiana aveva regolato indirettamente anche la congiuntura del conflitto, dall’altro, soprattutto, la polemica antivincolistica dell’ultimo quarto di secolo.
E’, come si è detto, proprio la polemica antipastorale di fine Settecento - che mette a frutto la teoria stadiale dello sviluppo della civiltà - a proporre alcune delle “immagini” più adoperate anche in seguito e a sollecitare delle connotazioni difensive, che trascorrono ben presto nei ranghi degli stereotipi.
Il conflitto, nel Tavoliere, non è del tutto scomparso neppure nei nostri anni di pastorizia residuale, ma già nell’Ottocento inoltrato è notevolmente ridimensionato. A ridurlo, non sono stati tanto improba­bili modelli sociali di integrazione o tecniche di “regolazione” normativa, quanto gli sviluppi del mercato: l’arrivo delle lane australiane nei mercati europei ci pare, da questo punto di vista, l’evento decisivo.

3. Il Tribunale della Dogana

Uno degli strumenti attraverso i quali l’amministrazione della Dogana disciplina il conflitto in età moderna è il foro particolare. Riservato in un primo tempo ai “sudditi” dell’istituzione foggiana, “locati” o affittuari delle terre a semina, viene più tardi esteso ai parenti dei “sudditi”, ai loro servitori, agli “operari” delle masserie di campo, persino ai negozianti delle produzioni ovine della Dogana e agli “operari applicati a formare le fiscelle, nelle quali si raccoglie e coagula il cascio”.
La giurisdizione particolare, che doveva servire “colle sue particolari leggi al maggiore aumento delle principali industrie”, garantendo giustizia rapida soprattutto nelle controversie tra pastori e con­tadini o all’interno del mondo pastorale, tende a connotarsi ben presto come uno strumento di limitazione della giurisdizione feudale. Infatti, pagando il modesto contributo annuale di un ducato, equivalente alla fida di 25 pecore, anche quanti non avevano nulla a che fare con la Dogana potevano diventare “locati fittizi”, unicamente per godere del foro doganale. Successivamente, nel 1758, saranno esclusi da questo privilegio i cittadini della Capitale e delle altre città demaniali del Regno, rendendo ancor più evidente il carattere del tribunale di “di­fesa delle civili libertà, contra le intraprese della Giurisdizione baronale”.
Non sarà un caso se nel breve volgere di pochi anni il numero dei locati fittizi passa da circa 1300 a 220042, tanto da soverchiare quantitativamente, non solo nelle controversie di carattere civile, ma anche in quelle penali, i conflitti per dirimere i quali il foro particolare era stato istituito. Tuttavia non è difficile individuare alcune istruttorie processuali particolarmente ricche di notazioni di un certo interesse per il tema di cui trattiamo.

4. “Vestivano con pelliccioni”

Il fondo “processi criminali” è stato scandagliato attentamente per circa un ventennio (dal 1771 al 1788), in relazione a tre tipologie di reati: l’omicidio, i danni alle colture, il pascolo abusivo. Non pare affatto prevalente, come movente del reato, il conflitto tra contadini e pastori: se gli omicidi tra pastori sono ben 12 e quelli tra contadini 7, gli omicidi di contadini che hanno per imputato un pastore sono 6 e 5 son quelli di pastori con imputati contadini. Più del 40% dei 78 omicidi non pare riferibile, peraltro, agli ambienti della transumanza.
Converrà scegliere alcuni esempi nella differenziata casistica offerta dal fondo documentario.
Nel 1771, nelle terre di Regia corte di Tommasantonio Celentano, in località Scoppaturo di Castiglione, a pochi chilometri da Foggia, alcuni pastori di Casteldelmonte, nell’Aquilano, sono sorpresi dal guardiano del Celentano nell’atto di “scommettere” una pezza di ri­stoppia, situata lungo il tratturo, con quattro morre di pecore. Uno dei pastori non nega l’infrazione, ma chiede invano al guardiano “che l’avesse fatto un poco pascolare, perchè l’avrei regalato”, perché le pecore erano stanche del lungo percorso. Scoppia un alterco con successiva colluttazione, durante la quale gli abruzzesi colpiscono più volte al capo il guardiano “cogli uncini grossi di legno che asportavano”. L’identificazione dei pastori da parte del soldato del tribunale della Dogana è  immediata: uno, “con barba negra e folta”, portava “pelliccioni di pecora negra addosso”, gli altri vestivano “con giamberghini di panno rosso e pelliccioni da sopra, uno color bianco e l’altro carapellese”.
L’anno successivo, nei pressi di Monte Sant’Angelo, viene ucciso con “quattro colpi di accetta di ferro” l’ortolano Matteo Ricucci. Il figlio di questi, Pasquale, sospetta del reato i pastori di Massimino Di Cola, un locato di Castel di Sangro. Anche in questo caso l’identificazione è approssimativa: durante la fiera dell’Incoronata, Pasquale vede in chiesa durante la messa “un’altra persona vestita all’uso di Apruzzo” e crede di riconoscervi l’uccisore di suo padre, che neppure conosce bene. Chiama il maestro di fiera e fa arrestare il malcapitato abruzzese all’uscita della messa. Ma poco tempo quest’ultimo viene liberato perché del tutto estraneo ai fatti.
Qualche anno dopo, “nei demaniali della città di Corato” viene ucciso un pastore di Calascio, Pasquale Turco, “ per aver fatto un fascetto di avena dai Seminati” di un coratino, Benedetto del Giudice, “per nutrire ad avezzare un castrato, che era la guida, o sia il manzo della di lui morra”.
A carico del Del Giudice, alias Cardone, ci sono i precedenti (era stato in carcere per omicidio di un altro abruzzese), la “mala razza” da cui discende e alcune minacce ascoltate all’indirizzo dei pastori (“una volta il Del Giudice aveva detto [...] che voleva far peggio di Filippo Lampresa”, un massaro coratino che qualche anno prima aveva picchiato alcuni abruzzesi che “gli cagionavano danno ne’ territori della sua Masseria”). I garzoni del Del Giudice tentano di far sparire il cada­vere, ma gli abruzzesi vigilano fino all’arrivo dell’ufficiale doganale.
Una sera di ottobre del 1785, “una notte di chiara luna”, alcuni pastori che andavano a rifornirsi di pane in una panetteria doganale, nei pressi di Bitonto, passano davanti ad un giardino e vi colgono dell’uva e della frutta. Ma qualcuno dall’interno della casa rurale li ha visti e identificati (“vestivano con pelliccioni, e provveduti di mazze lunghe, tanto che giudicati li aveano essere quelli di nazione Apruzzese”). I pastori si danno alla fuga ma, inseguiti e raggiunti, due di loro, ori­ginari di Scanno, sono colpiti a morte.
Spesso, come si è detto, i comportamenti delinquenziali si svolgono nei luoghi di origine dei pastori: è il caso di Giovanni Paoluccio, di Frosolone, nel Molise, “uomo di malaffare, e senza stima di Dio e della giustizia; atteso si fa padrone di tutte le vigne e seminati di questa terra, nelle quali appostamente immette dette sue pecore a pascolare con fare danni irreparabili al prossimo; e quando qualche persona si lagna, o lo vuol espellere dalla robba propria esso Giovanni Paoluccio la batte, e la maltratta”.
Cinque esempi, tra i tanti possibili, che illustrano differenti situazioni. In primo luogo il contesto: quando non si tratta di un pastore violento che usa il gregge come un arma per vessare e intimidire (sembra di rileggere le notizie di qualche anno fa sulle mandrie di bovini di uomini della ‘ndrangheta calabrese), il teatro dello scontro è il confine, tra pascolo e cultura, tra tratturo e seminato, tra via pubblica e “giardino”. Il pastore non nega il reato, ma si appella alla necessità. La risposta contadina sembra spesso sproporzionata, ma rende evidente una realtà di conflitto permanente, di convivenza coatta, una dura condizione generale dell’esistenza.
La cattura dei responsabili del reato non pare difficile: nel primo caso, dopo la colluttazione, qualcuno corre a Foggia ad avvertire i soldati del Tribunale; ne arriva uno a cavallo che raggiunge ben presto il gregge in lenta marcia lungo il tratturo. L’identificazione non pare problematica, anche se talvolta si rischia di mandare in galera un innocente: “portavano i pelliccioni”. Il pastore è spesso lì, accanto al suo gregge.
Infine, un documento particolarmente significativo dell’orgoglio di uomo libero del pastore e della diligente cura con cui si occupa del gregge: Michele Vitone, molisano di Cercemaggiore, reo di omicidio, prima di “andar fuggitivo” perché “mai s’avrebbe fatto carcerare”, nel cuore della notte va a bussare alla porta di un altro pastore per chiedergli di prendersi cura delle pecore a lui affidate, perché “stavano sole”.
      

Per informazioni: Cell. 368.7189672
  Residence Hotel Maresol
 Contrada Marchionna 16/b
71019 Vieste (FG)-Italy  

 Come arrivare con GPS:
N 41.86453°, E 16.15994°

 dal 25 marzo al 18 ottobre tel. e fax+39.0884 702279

   e-mail: info@maresolvieste.it   

 Top